Paidos Onlus

Paidos Onlus
Paidos Onlus dalla parte dei bambini,SEMPRE

mercoledì 18 aprile 2018

10 cose da far fare ai bambini

10  COSE DA FAR FARE AI BAMBINI 

Avere la possibilità di fare le loro cose da soli; sperimentare sentimenti come la noia, la rabbia, la paura o la nostalgia; gestire le loro scelte, sugli amichetti o sui vestiti; credere nella magia. Sono piccole tappe e piccole conquiste, indispensabili per accompagnare i bambini a diventare grandi, come ci spiegano le pedagogiste Elisabetta Rossini e Elena Urso, autrici del libro “I bambini devono fare i bambini” (Ed. Rizzoli). 

   
“Ti comporti come un bambino!” Quante volte lo abbiamo detto ai nostri figli senza pensarci? Sarà perché sono davvero dei bambini? Bene, allora lasciamo che si comportino come tali. Perché per diventare grandi i bambini hanno bisogno di vivere tutti i momenti e tutti i sentimenti tipici dell’infanzia; perché ci sono tappe evolutive che devono essere attraversate nell’età giusta e rispettate per quel che sono. Perché per loro sono piccole conquiste che danno gli strumenti necessari per diventare adulti sereni, come ci spiegano le pedagogiste Elisabetta Rossini e Elena Urso, autrici del libro “I bambini devono fare i bambini” (Ed. Rizzoli). 

1.    Fare da soli tutte le volte che possono. 

Mangiare da soli, vestirsi da soli, girare per casa, guardare nei cassetti: la libertà di esplorare i propri spazi e sperimentare le loro possibilità è importantissima per lo sviluppo dell’autonomia. E’ vero, ci si impiega più tempo, si fanno pasticci in più (e bisogna eliminare tutti gli oggetti pericolosi dai mobili bassi!), ma per i bambini sono grandissime conquiste. E appena sono in grado di scendere dal passeggino, dovrebbero avere la possibilità di  camminare il più possibile: non c’è ginnastica migliore per la loro crescita!

2.    Annoiarsi.

Soprattutto in tutte quelle occasioni in cui non c’è niente di interessante per loro. L’esempio classico è quando li portiamo con noi al ristorante e a tavola ci sono solo adulti. A questo punto o partiamo già equipaggiati di fogli, pennarelli o libricini, o mettiamo in conto che ad un certo punto cominceranno a diventare un po’ capricciosi. Non c’è niente di male, la frustrazione è un sentimento sopportabile per loro e la noia è una molla importante per stimolare la creatività e spingerli a cercare alternative. Basta saperlo, armarci di  pazienza e… non pretendere che stiamo seduti a tavola come piccoli lord fino alla fine della cena per il puro piacere della convivialità!

3.    Arrabbiarsi ed esternare la loro rabbia. 

Fa un disegno e poi lo strappa; la torre con le costruzioni non gli riesce bene e butta all’aria tutti i mattoncini: non ci stupiamo quando i bambini si arrabbiano per motivi che a noi sembrano futili. Quando ad esempio fa un disegno, il bambino cerca di riprodurre quel che ha in testa e se il risultato non corrisponde diventa per lui assai frustrante. Lasciamogli sfogare la sua rabbia e lasciamogli decidere da solo se ha voglia di riprovare o di andare a fare un altro gioco.  

4.    Avere paura. 

Mai sminuire le paure dei bambini, anche se a noi sembrano eccessive e anche se fino al giorno prima non le aveva. Con la crescita e con lo sviluppo del linguaggio i bambini cominciano ad elaborare pensieri diversi, a vedere la realtà in modo diverso e ad avere consapevolezza di qualcosa di cui non avevano consapevolezza prima. Se fino a ieri girava per casa quasi al buio, non prendiamolo in giro se accende tutte le luci o vuole la compagnia della mamma. Non stanno facendo i capricci, non è un modo per attirare l’attenzione, ma è una paura reale che, come è arrivata, se ne andrà. Ma nel frattempo assecondiamola.  

5.    Voler scegliere.

Ai bambini piace fare scelte, perché si sentono ‘grandi’ e investiti di responsabilità. Basta che si tratti di scelte adeguate alla loro età e gli si offrano non più di due alternative, altrimenti vanno in confusione. Ok vestirsi da solo, ma scegliendo tra la maglietta rossa o verde, non tra l’intero guardaroba; ok scegliere tra pasta e riso (magari mostrandogli i due pacchi), ma non chiedergli ‘cosa vuoi mangiare stasera’; ok scegliere che libri portare in vacanza, ma non se andare al mare o in montagna. Piccole scelte, su piccole cose comprensibili per loro: così si sentono degni di dire la loro ma in un ambito gestibile.  

6.    Credere nella magia. Finché ci credono.

Fino ai 6-7 anni per i bambini fantasia e realtà si confondono, ecco perché credono davvero a Babbo Natale o alla fatina dei denti. Lasciamo che ci credano e ascoltiamoli quando sono loro a proporci la loro interpretazione fantasiosa su quel che li circonda. Saranno loro stessi, ad un certo punto, ad avanzare dubbi su quella interpretazione. E allora capiremo che è arrivato il momento in cui sono pronti ad abbandonare il pensiero magico ed affacciarsi al pensiero realistico. E questo succede in genere verso gli 8 anni, quando cambia la struttura del pensiero (e non a caso cambiamo anche i programmi scolastici). 
  
7.    Sperimentare la nostalgia o la tristezza. 

Se si hanno persone di fiducia, ad esempio i nonni, a partire dai 3 anni di età possiamo lasciarli una volta ogni tanto a dormire da loro. Proveranno sicuramente nostalgia di mamma e papà, ma sperimenteranno che si possono provare sentimenti negativi e sopravviverci senza problemi. Idem quando litigano con un amico o non trovano un gioco e provano tristezza: lasciamogliela sperimentare, perché si tratta di sentimenti assolutamente alla loro portata.  

8.    Non raccontare sempre tutto. 

Com’è andata a scuola, che hai fatto al corso estivo, con chi hai giocato: è giusto che noi  facciamo domande, ma può capitare che loro non abbiano voglia di raccontarci sempre tutto o che desiderino i loro piccoli ambiti di ‘privacy’. Non facciamoci prendere dal timore che stia succedendo chissà che cosa, ma accettiamo ogni tanto il loro silenzio. Però non smettiamo mai di chiedere, perché, anche se non hanno voglia di raccontare, sono ugualmente contenti che noi facciamo le domande e ci interessiamo a loro.  

9.    Avere simpatie e antipatie.

Non possiamo pretendere che i nostri figli giochino con chiunque solo perché sono bambini: anche loro, come noi adulti, hanno le loro particolari simpatie e le loro particolari intese con qualcuno mentre non ‘si prendono’ con altri. Rispettiamo le loro preferenze e non li forziamo a giocare insieme ad un compagno soltanto perché la sua mamma è nostra amica. E se si incontrano, lasciamo che si gestiscano in autonomia i loro conflitti, perché da soli dopo un po’ trovano sempre il loro equilibrio. 

10.    Essere presi sul serio sempre. 

Se ci raccontano che al parco hanno giocato col dinosauro, ci stanno raccontando la loro realtà; se ci descrivono il loro amico immaginario, per loro è un amico vero; se ci parlano del fidanzatino, la vedono come una cosa seria. Per questo non li prendiamo mai in giro ma mostriamoci realmente interessati, perché per loro sono cose importantissime.

Autrice: Angela Bisceglia
Fonte: www.nostrofiglio.it
Paidòs Onlus
dalla parte dei bambini, SEMPRE

Con il tuo 5 X Mille
ASSICURI UN’INFANZIA
SERENA A TANTI BAMBINI
scrivi 030 59 04 07 11
sul tuo 730/CU/UNICO

mercoledì 11 aprile 2018

Con i bambini è importante il contatto visivo

CON I BAMBINI E’ IMPORTANTE IL CONTATTO VISIVO

Uno dei segni della fretta che condiziona le persone del nostro tempo è l'incapacità crescente di comunicare con gli occhi. I contatti tra le persone si sono moltiplicati: internet, e-mail, telefonino... E ci stiamo dimenticando del contatto più semplice: il contatto visivo.

In famiglia, scompaiono le occasioni che consentivano alle persone di “guardarsi”. Una statistica afferma che il tempo medio che un genitore trascorre con un figlio adolescente è attualmente stimabile in 12 minuti al giorno. Anche il pasto della sera non è più consumato insieme, per le troppe attività in cui ciascuno è impegnato e i diversi gusti televisivi. Dei 12 minuti, almeno 10 vengono impiegati per dare istruzioni o verificare l'esecuzione di quelle impartite il giorno precedente, gli altri minuti si esauriscono in questioni poco significative.

«Signore, fammi diventare uno smartphone» 
È così che diventa realmente possibile la preghiera ormai classica: «Signore, fammi diventare uno smartphone, così la mia mamma e il mio papà mi guarderanno un po' di più». 
La comunicazione digitale, vale a dire la connessione tramite il cellulare, il tablet, lo smartphone, è uno dei più grandi successi della mente umana. Su questo non vi possono essere dubbi. I vantaggi del 'digitale' sono sotto gli occhi di tutti. La comunicazione digitale permette d'essere connessi con il mondo intero in tempo reale, offre conoscenze pressoché infinite, rende più facile la vita. 
Però va subito aggiunto che il mondo del web nasconde insidie molto pericolose. Una di queste è l'indebolimento del contatto visivo. I 'connessi' non sentono la vibrazione dello stare vicini, del guardarsi negli occhi. Si è scoperto che i ragazzi che usano costantemente il cellulare non arrossiscono più e hanno difficoltà a fissarsi negli occhi. 
La cosa è molto seria. Il contatto visivo, infatti è una della più potenti vie di comunicazione.
Le persone hanno bisogno di essere guardate. A che cosa servono le tante cure al vestito, al look, al corpo se non per attirare l'attenzione e lo sguardo degli altri? Anche il piercing, i tatuaggi e le spesso sconcertanti originalità degli adolescenti sono l'inquietante invocazione: «Guardatemi!». 
Don Bosco ha sintetizzato uno dei cardini del suo sistema educativo con le parole «Sentano sempre su sé lo sguardo dei superiori». Non intende certo una sorveglianza di tipo poliziesco, ma il modo di guardare che comunica: «Tu mi interessi davvero. Meriti tutta la mia attenzione».

Il contatto visivo è essenziale 
Il bambino utilizza il contatto visivo con i genitori per nutrirsi emotivamente. Con gli occhi si comunica amore. Lo sanno bene gli innamorati. Tutti sentono la profonda emotività della frase «Mangiarsi con gli occhi». Anche l'evangelista Marco nell'episodio dell'incontro tra Gesù e il giovane ricco, afferma: «Gesù, fissatolo, lo amò...». 
Lo sguardo comunica attenzione, interesse, intimità, approvazione, tristezza, rimprovero. 
Ormai è provato: lo sguardo caldo e incoraggiante dell'insegnante aumenta l'impegno dell'alunno, lo aiuta a capire meglio ciò che gli viene detto. 
Così pure è certo che i bambini memorizzano meglio le fiabe se vengono raccontate guardandoli negli occhi.

Occhi buoni, occhi cattivi 
Non è detto, però, che ogni contatto visivo sia automaticamente utile. 
Vi sono occhi pedagogicamente sbagliati e occhi buoni. 
Occhio sbagliato è, ad esempio, l'occhio poliziesco dei genitori che controllano ogni mossa del figlio, lo asfissiano tutto il giorno, gli soffiano continuamente sul collo, gli razionano i metri di libertà. L'occhio poliziesco può fare un figlio disciplinato, ma non un figlio educato! 
Resta valido il proverbio: “Mai la catena ha fatto buon cane”. 
Un secondo tipo di occhio sbagliato è l'occhio minaccioso, fulminante. “Guardami negli occhi!”, urlano alcuni genitori che si dimenticano che la paura non ha mai educato nessuno! 
Terzo tipo di occhio sbagliato (il peggiore tra tutti) è l'occhio indifferente. L'indifferenza è sempre insopportabile al figlio: gli gela l'anima, gli fa perdere la voglia d'essere al mondo. 
Passiamo agli occhi buoni. 
È buono l'occhio generoso che vede nel figlio ciò che nessuno vede. 
Buono è l'occhio incoraggiante. 
Buono è l'occhio caldo, accogliente che ti avvolge come un manto ripieno d'amore e di empatia. 
Un contatto visivo con tali caratteri ha più valenza pedagogica di tutti i milioni di contatti digitali del mondo messi insieme. 
Non sentire mai uno sguardo di autentica amorosa attenzione da parte della mamma e soprattutto del papà è per un ragazzo una ferita mortificante e una spinta alla ribellione. 
È un'abitudine di esito dubbio anche quella di evitare il contatto visivo come forma di punizione. Per un bambino è più difficile da sopportare che una punizione fisica. Significa “abbandono” e disinteresse in un crudele senso affettivo. Lo sguardo serve soprattutto a veicolare amore.

Autore: Pino Pellegrino
Fonte:www.biesseonline.org

 

Paidòs Onlus
dalla parte dei bambini, SEMPRE

Con il tuo 5 X Mille
ASSICURI UN’INFANZIA
SERENA A TANTI BAMBINI
scrivi 030 59 04 07 11
sul tuo 730/CU/UNICO

mercoledì 28 marzo 2018

L’incapacità di gestire le emozioni negli adolescenti porta al ‘ritiro sociale’

L'INCAPACITÀ' DEGLI ADOLESCENTI DI GESTIRE LE EMOZIONI PORTA AD UN 'RITIRO SOCIALE'

C'è chi si ritira dal mondo e chi invece fa abuso di sostanze stupefacenti. Due tendenze che hanno un punto in comune: l'incapacità di gestire le emozioni e l'assenza dei genitori. Ed è proprio da questi ultimi che deve partire il cambiamento alla ricerca di un nuovo equilibrio più sano

   

Oggi due sono le tendenze psicopatologiche emergenti: i casi di ritiro sociale, dove i ragazzi rinunciano addirittura ad andare a scuola; e dall'altra l'abuso di sostanze stupefacenti, intese però come “perdite programmate di controllo”. «Il presupposto è che qualsiasi ragazzo (ma anche un adulto) che sviluppa una fase di abuso non lo fa per stare peggio, per perdere un equilibrio, ma per mantenere l'unico equilibrio per lui possibile» spiega Federico Tonioni, psichiatra e fondatore dell'ambulatorio per l'ascolto e la cura del cyberbullismo dell'ospedale Gemelli di Roma, che di recente ha condotto l'incontro “Nuove dipendenze o nuovi adolescenti” al Festival dell'Educazione di Viterbo.
 
IL RITIRO SOCIALE dei ragazzi di oggi

Una risposta al disagio moderno dei ragazzi è il ritiro sociale. I giovani cominciano dall'abbandonare lo sport che praticano e finiscono con lo smettere di andare a scuola, passando anche 20 ore attaccati a un computer per giocare. «Spesso si tratta di giochi online molto violenti, che utilizzano per esternare la loro aggressività» sottolinea l'esperto. In genere, infatti, si tratta di ragazzi repressi che non hanno la possibilità di esprimere la loro aggressività e che non riescono a gestire la rabbia. Così preferiscono allontanarsi dal mondo, per evitare di esplodere.

«Ci siamo accorti che hanno tutti un punto in comune: non è possibile incrociare il loro sguardo. E non è timidezza, è come se fossero senza pelle. In questo senso, la chat è uno strumento estremamente funzionale, perché con una webcam possono affrontare anche argomenti sensibili, ma senza arrossire. Il rossore è infatti un effetto dell'emozione che passa attraverso il corpo, che fa parte della conversazione non verbale. Il nodo centrale in questi ragazzi è dunque proprio la difficoltà a gestire le emozioni».

IL POLIABUSO

La stessa cosa, ma con modalità differenti, accade ai ragazzi che fanno abuso di sostanze stupefacenti. «La moda è quella di mischiare diverse droghe, ma non per una ricerca del piacere, come accadeva in passato con la cocaina: oggi ci si droga in sequenza e in combinazione, unendo musiche, circostanze, compagnie e luoghi ad hoc per “programmare” come stare» evidenzia Tonioni.

Questi ragazzi, al pari dei “ritirati sociali”, sono caratterizzati da un'incapacità di tollerare gli stati emotivi e quindi li pianificano per evitare di doverli gestire all'improvviso. Il difetto delle emozioni, infatti, è che sono spontanee: non si può sapere quando si balbetterà o ci verrà la tachicardia. «E in questo il corpo ci tradisce, perché dice sempre la verità anche quando noi non vogliamo o non siamo pronti».
 
CAUSE E RIMEDI DI QUESTI COMPORTAMENTI

Ma qual è il motivo di questi comportamenti? «Soprattutto l'assenza dei genitori– sintetizza l'esperto – che con gli strumenti moderni hanno trovato nuove forme per stare lontani dai loro figli. Pensiamoci: guardiamo lo schermo del cellulare ogni 3 minuti senza un motivo preciso, ma perché è diminuita la nostra capacità di stare da soli e di attendere. I nuovi mezzi ci hanno reso tutti più compulsivi».

In queste nuove forme di assenza, la presenza per i ragazzi è garantita sempre più dalla tecnologia: «Pensiamo a che baby-sitter meravigliosa è un'app o la console dei giochi. Una delle frasi tipiche delle mamme e papà moderni è: “davanti al computer mio figlio non si vede e non si sente”. Peccato che i piccoli abbiano proprio bisogno di essere visti e pensati. Quando li lasciamo da soli con questi strumenti si dissociano, uno stato che è anche normale, ma la cui pericolosità dipende dalla durata. Una situazione che per fortuna è reversibile: non c'è nessun bambino, infatti, che preferisca giocare con il computer piuttosto che stare con i genitori. Tutto sta alla disponibilità di questi ultimi».

Diverso è l'adolescente che, pur avendo bisogno degli adulti, ha la necessità di sperimentare anche se stesso, allontanandosi dai genitori: «La distanza sana da avere nei confronti di un adolescente è data dalla fiducia. Quando capiamo che non riusciamo a fidarci dei nostri figli lo dobbiamo presentare come un nostro limite. Con loro il muro contro muro non serve a niente, meglio imparare a chiedere scusa quando ci rendiamo conto di aver sbagliato. E solo se le scuse sono autentiche e sincere, li ritroveremo. 
Trovare insieme limiti e regole

Una strategia per essere presenti è trovare insieme limiti e regole, crescendo nel confronto e facendo tutti uno sforzo comune per venirsi incontro. Un modo per evitare di vedere i nostri figli allontanarsi e soffrire, sentendoci in colpa. Anche perché la distanza più ampia da loro sono proprio i nostri sensi di colpa» conclude Tonioni.

La possibilità di migliorare le cose parte dunque proprio dai genitori, con la loro presenza, l'ascolto e l'impegno a venirsi incontro.

Autrice: Alice Dutto
Fonte: www.nostrofiglio.it
Paidòs Onlus
dalla parte dei bambini, SEMPRE

Sostieni anche tu ‘BAMBINI al Centro’
Progetto di Ristrutturazione del
Centro Educativo Diurno dell’Opera San Giuseppe
per assicurare un’infanzia felice a tanti bambini
dona tramite bonifico su IBAN:
IT 51W 05385 78440 00000 0000 455

mercoledì 21 marzo 2018

Come togliere potere al bullo

COME TOGLIERE POTERE AL BULLO

Il bullismo è un comportamento aggressivo, ripetuto nel tempo, che si basa su uno squilibrio di potere (reale o anche solo percepito) tra l’aguzzino e la vittima.
L’obiettivo di chi pratica bullismo è quello di infliggere dolore fisico e psicologico ad un’altra persona.
  
Chiunque può rivelarsi un bullo: donne e uomini, ricchi e poveri, adulti e bambini.
Possono essere i genitori, l’amante, il compagno di classe, l’insegnante, il capo e il collega.
    
Il grande problema di avere a che fare con questa gente è che spesso ha un potere veramente enorme rispetto agli altri.
Spesso sono grossi e muscolosi oppure hanno posizioni privilegiate.
Dal momento che la loro specialità è succhiare il potere di chi li circonda, voglio condividere con te 4 consigli per bloccare questo meccanismo e addirittura invertirlo.

1. Dimostrati sicuro di te.
Amy Cooper Hakim, psicologa specializzata in lavoro e organizzazioni, ritiene che i bulli perdano il loro potere quando vedono che le loro vittime non si lasciano sopraffare.
E’ come se iniziassero a credere di non meritare il loro rispetto, quindi cominciano ad ammirare (se non temere) la loro sicurezza.
Consiglio numero uno: quando il bullo attacca, non rispondere con la stessa modalità (alzando le mani o la voce a tua volta) e non far vedere che le sue parole hanno in qualche modo turbato la tua psiche.
Piuttosto, dimostrati sfacciato mantenendo un contegno forte e cortese.
Mantieni un contatto visivo diretto, parla con un tono di voce calmo, mantieni una distanza appropriata e pronuncia il nome del bulloquando gli parli: lo lascerà spaesato.

2. Crea il tuo branco.
Se fossero animali, i bulli potrebbero essere considerati dei predatori molto intelligenti.
Il loro obiettivo è quello di far sentire la vittima sola e senza alcun potere.
Per fare questo, prima e durante l’attacco, si assicurano di aver fatto terra bruciata attorno al bersaglio scelto: nessuno deve intervenire o, al massimo, può solo unirsi alla tortura.

Consiglio numero due: mantieni il controllo sulle relazioni con i tuoi potenziali alleati e crea il tuo branco.
Se durante un attacco si crea la situazione in cui tutti i tuoi amici o colleghi si dispongono in cerchio al cui interno ci sei tu e il bullo, rompi questo schema. A causa del fenomeno della diffusione di responsabilità, le persone tendono a non intervenire durante una situazione incerta perché pensano che lo farà qualcun altro.
Il risultato è che nessuno si muove.
Durante l’attacco, non aver timore di coinvolgere gli altri per sostenerti.
Indicali e rivolgiti direttamente a loro chiedendo di prendere le tue parti.

Conoscevo un ragazzo mingherlino che era un asso nell’usare questa tecnica. A causa della sua statura minuta, era spesso un bersaglio fisso. Il ragazzino, però, aveva dalla sua un’ottima oratoria e buone abilità sociali: conosceva il nome di quasi metà istituto (e per questo fu eletto rappresentante degli studenti). Quando i 3-4 malintenzionati lo braccavano, si creava intorno a loro una cerchia di spettatori preoccupati. Il ragazzo, allora, iniziava a muoversi in cerchio, come una danza, e si rivolgeva al pubblico. Indicava uno ad uno gli spettatori, li chiamava per nome, e gli chiedeva cosa ne pensavano della situazione, invitandoli a dire la propria e a prendere posizione. E’ veramente difficile restare in silenzio quando qualcuno ti indica e ti “passa la palla” di fronte a 10-20 persone! Alla fine il pubblico si mobilitava, lo schema si rompeva e i bulli rinunciavano perché avevano perso il controllo della situazione.
3. Utilizza la comunicazione assertiva.
L’assertività è la capacità di utilizzare, in ogni situazione, una comunicazione che rende altamente probabile reazioni positive nelle persone, annullando o riducendo le reazioni negative.”
– James Libet, psicologo
Hai mai sentito parlare di “comunicazione assertiva“?
La comunicazione assertiva è un modo di comunicare che ha come obiettivo quello di stabilire delle buone relazioni sociali con gli altri.
Chi utilizza tecniche di comunicazione assertiva è in grado dipromuovere le proprie idee senza che gli altri si sentano minacciati,finendo con il convincerli a fare ciò che si chiede.
Dale Carnegie è uno dei massimi esponenti di questa disciplina, avendo pubblicato quasi un secolo fa un best-seller intitolato “Come trattare gli altri e farseli amici“.
    
Consiglio numero tre: usa l’assertività contro il prepotente.
Signa Whitson, esperta di comportamenti aggressivi, consiglia di utilizzare l’assertività rispondendo ai bulli con frasi dirette e prive di emozioni.
L’assertività fa capire al prepotente che la vittima non ha intenzione di essere maltrattata, quindi manca quell’elemento di “sfida” che inebria di potere il bullo.
In mancanza di ciò, la sua attenzione si dirige verso altro.

4. Agisci immediatamente, senza esitazione.

Signa Whitson aggiunge un altro suggerimento per uscire dal circolo vizioso del bullismo:

“Più a lungo un bullo si accanisce sulla vittima, più forte diventa.
Capita spesso che il bullismo nasca da piccoli gesti fastidiosi, come dare nomignoli offensivi o deridere eccessivamente l’altro quando commette un errore.
Dopo che il bullo ha “sondato le acque” e ha capito che può spingersi più in profondità e trovare una sfida più intrigante (vedi il punto 3.), allora le aggressioni aumentano di numero e di gravità.”

Consiglio numero quattro: il gioco va fermato all’inizio.
Non ridacchiare quando qualcuno ti prende leggermente in giro o ti fa uno “scherzetto”.
Ingenuamente, potresti pensare che è un segno di riconoscimento, come se il burlone ti stesse facendo capire che sei un “membro del gruppo”, un amico con cui si può scherzare.
Non è così.
Ho personalmente visto situazioni partite come scherzi goliardici e finire come veri e propri assalti, con i bulli che scaricavano un intero bidone della spazzatura sulla testa del povero malcapitato, umiliandolo di fronte a centinaia di studenti.
Conclusioni.
Ovviamente le situazioni cambiano in base al contesto.
Ti troverai in situazioni in cui è impossibile fermare la violenza: chi hai di fronte è uno squilibrato, vuole in assoluto danneggiarti, come è il caso delle baby gang.
In questi casi non puoi fare altro che difenderti e fuggire, per evitare problemi più grandi.
In generale, però, la stragrande maggioranza del bullismo che si presenta a scuola, in famiglia e sul lavoro riguarda questi piccoli giochi di poteri.
I suggerimenti che ti ho dato dovrebbero esserti utili per spostare l’equilibrio dalla tua parte e vincere intelligentemente lo scontro, senza nemmeno farlo iniziare.

Autrice: Carlo Balestriere
Fonte: www.pscicologiaapplicata.com
Paidòs Onlus
dalla parte dei bambini, SEMPRE

Sostieni anche tu ‘BAMBINI al Centro’
Progetto di Ristrutturazione del
Centro Educativo Diurno dell’Opera San Giuseppe
per assicurare un’infanzia felice a tanti bambini
dona tramite bonifico su IBAN:
IT 51W 05385 78440 00000 0000 455

mercoledì 14 marzo 2018

Salviamo la tenerezza

SALVIAMO LA TENEREZZA


Siamo una società al capolinea; una società che si sta suicidando? Non vogliamo crederlo: l'uomo è programmato per togliersi d'impaccio. Resta, comunque, il fatto che la barca del mondo naviga in acque agitate come mai. Ha bisogno di sostegno per evitare il naufragio. A offrire tale sostegno mira la nostra proposta.

Salviamo la tenerezza. Un salvataggio prezioso! “Tenerezza” è parola di nove lettere, ma di spessore enorme. Più che parola, è un vocabolario, una miniera: più la scavi e più trovi. Godiamoci, dunque, la nostra parola affascinante e preziosa. 
La tenerezza è un coraggio senza violenza, una forza senza durezza, un amore senza ira. È soprattutto pace: il contrario della guerra, della crudeltà, dell'aggressività, della violenza, dell'insensibilità. È rispetto, protezione, benevolenza. È il rifiuto assoluto di far soffrire qualunque altra creatura. 
Sii gentile con chiunque tu incontri, perché sta combattendo una grande battaglia. E nessuno di solito se ne accorge.


Tenerezza è: 
• salutare per primi 
• accorgersi che la minestra è buona 
• controllare l'acqua nella vasca dei pesci 
• lasciare il cellulare e passare alla stretta di mano 
• ricordarsi dei compleanni 
• chiamare per nome 
• usare parole balsamiche 
• offrire una coperta a chi trema di freddo 
• essere presente, non invadente.

La tenerezza: 
• ascolta senza guardare l'orologio 
• preferisce portare un fiore ai vivi che accendere un cero ai morti 
• ama dire 'noi', più che dire 'io' 
• rifiuta l'arroganza 
• scioglie i grumi del cuore 
• risponde con un sorriso 
• non alza la voce 
• non invita la televisione a tavola: preferisce il contatto visivo al contatto televisivo 
• accarezza la mano del malato, più che subissarlo di parole 
• consola 
• condivide 
• sta 'insieme' e non solo 'accanto' agli altri.

Insomma, la tenerezza non è tenerume, non è melassa: è ricchezza, da proteggere e salvare ad ogni costo! La tenerezza è il lubrificante dei rapporti umani, il condimento della vita. Se salta la tenerezza, trionfa la crudeltà. 
Alcuni anni fa in una casa della periferia di Tokyo è stato trovato un uomo infagottato e rimpicciolito nel pigiama. Era morto da 20 giorni e nessuno si era accorto della sua scomparsa, né i suoi due figli, né i colleghi di lavoro. 
Basterebbero venti milioni di italiani (a cominciare dai lettori!) conquistati dalla tenerezza, per far sì che l'Italia diventi l'anticamera del paradiso.

REGALARE GENTILEZZA 
È una gelida giornata invernale a San Francisco negli Stati Uniti. Una donna su una Honda rossa, con i regali di Natale accatastati sul sedile posteriore, arriva al casello del pedaggio per il ponte sulla baia. 
Pago per me e per le sei auto dietro di me” dice con un sorriso, consegnando sei biglietti per i pendolari. Uno dopo l'altro, i sei automobilisti arrivano, dollari in mano, solo per sentirsi dire: «Una signora là davanti ha già pagato il biglietto per lei. Buona serata!”. 
La donna della Honda (si venne a sapere, poi) aveva letto su un biglietto attaccato con nastro adesivo al frigorifero di un amico: “Praticate gentilezza a casaccio e atti di bellezza privi di senso”. 
La frase le sembrò rivolta direttamente a lei e se la ricopiò. Anche a suo marito Frank piacque tanto che l'appese alla parete dell'aula ove insegnava. Tra gli alunni vi era la figlia di una giornalista locale. La giornalista la trascrisse nella sua rubrica sul quotidiano. 
Ora la frase si sta diffondendo sugli adesivi, sui muri, in fondo alle lettere e ai biglietti da visita. 
Ecco: “Praticate gentilezza!”. 
La gentilezza può generare gentilezza, tanto quanto la violenza può generare violenza.

UNA STORIA DEGLI INDIANI D'AMERICA 
Durante un anno di grande fame e difficoltà per una tribù, una nonna e il suo nipotino un giorno se ne stanno seduti assieme a parlare. 
La nonna pensosamente dice: «Sento nel mio cuore che due lupi stanno lottando: uno è rabbia, odio e violenza; l'altro è amore, compassione e perdono». 
«Quale vincerà la lotta per il tuo cuore, nonna?», chiede il bambino. 
E la nonna risponde: «Quello che io nutro di più».

Autore: Pino Pellegrino
Fonte:www.biesseonline.org

Paidòs Onlus
dalla parte dei bambini, SEMPRE

Sostieni anche tu ‘BAMBINI al Centro’
Progetto di Ristrutturazione del
Centro Educativo Diurno dell’Opera San Giuseppe
per assicurare un’infanzia felice a tanti bambini
dona tramite bonifico su IBAN:
IT 51W 05385 78440 00000 0000 455

mercoledì 28 febbraio 2018

L'importanza dell'abbraccio

L'IMPORTANZA DELL'ABBRACCIO

L'abbraccio è tra le più tenere manifestazioni d'affetto.
Una ragazza era di pessimo umore. Aveva tutte le sue spine fuori, proprio come un porcospino tormentato da un cane. Troppi compiti a casa, troppe interrogazioni, troppo tutto... ecco! La madre le ripeteva la solita predica, con ragionamenti, spiegazioni e raccomandazioni. 
La ragazza si fece ancora più scura. Poi guardò la madre dritta negli occhi e scandì: «Mamma, sono stanca e stufa delle tue prediche. Perché invece non mi prendi tra le tue braccia e mi tieni stretta? Nessun consiglio potrà mai farmi altrettanto bene!». 
La madre rimase a bocca aperta. Gli occhi della figlia imploravano un abbraccio. Con la voce rotta dalla voglia di piangere, disse: «Vuoi... vuoi che ti abbracci? Ma lo sai che anch'io... anch'io voglio che tu mi abbracci?». Accolse la figlia nelle braccia aperte e la strinse a sé, come fosse ancora una bimba. E tutte le tensioni svanirono.
 
«Per favore, abbracciami!» L'abbraccio è una preghiera, una supplica, tanto ci è indispensabile. 
Pochi mesi prima di morire, la scrittrice Natalia Ginzburg (1916-1991) confidava: “Il mio mestiere è quello di scrivere”, ma, subito dopo, abbracciando il piccolo pronipote aggiungeva: “Questa è la vita! Non i libri!”. 
Non c'è dubbio che basta essere uomini per aver bisogno della tenerezza di qualcuno. 
Giacomo Leopardi (1798-1837) in una lettera del novembre 1822 gridava al fratello Carlo: 
Amami, per Dio! Ho bisogno di amore, amore, amore!”. 
Ancora nel luglio 1828 ripeteva vanamente: “Io non ho bisogno di gloria, né di stima, né di altre cose simili, ma ho bisogno di amore!”. 

Bisogno di abbracci 
Oggi i sociologi ci fanno notare che “non è bastato liberare il sesso e rimuovere il concetto di morte per avere un popolo felice” (Sabino Acquaviva 1927-2015). 
Che cosa manca, dunque? 
Manca la tenerezza, manca l'abbraccio. 
Scavando alle pendici dei vulcani, l'archeologo sovente ritrova scheletri abbracciati: uniti dal terrore della lava. Abbracciati è più leggero vivere e fa meno paura morire! 
A proposito di abbracci, in America è stata pensata un'iniziativa forse discutibile, certo originale. Si tratta della “Festa delle coccole” (il 'Cuddle Party'). In un appartamento privato, si è liberi di coccolare, di abbracciare chi si vuole per tre ore e mezza (costo: venti euro). Le regole sono molto chiare: ci si distende sul pavimento, indossando il pigiama. Sono ammessi cuscini e peluche. Il sesso è vietato. Prima di baciarsi è necessario chiedere il permesso. Se qualcuno allunga le mani, appositi buttafuori riportano immediatamente l'ordine. 
Secondo gli ideatori i 'Cuddle Party' sono un modo per guarire dall'alienazione metropolitana. Sono validissimi per ritrovare l'umanità, dopo tanti incontri con sole macchine, con soli oggetti. Perché questo è il punto: l'uomo ha bisogno dell'uomo, del profumo dell'uomo, del contatto dell'uomo. Le cose, da sole, non bastano mai: possono riempire il cuore, ma non soddisfarlo.
 
A costo di ripeterci, riportiamo ancora una volta la testimonianza di un medico. 
La maggioranza degli alcolizzati si sono abbandonati al vizio del bere per superare un turbamento infantile, per cancellare una ferita che si è aperta e non si è più rinchiusa. Si attaccano al collo della bottiglia perché non hanno potuto attaccarsi al collo della mamma”. 
Dunque, perché non riportare, senza se e senza ma, l'abbraccio nell'arte di educare? Siamo convinti che sarebbe la più intelligente e benefica rivoluzione della misericordia intesa per quello che è: non compassione, non commiserazione, ma capacità di sintonizzarsi con i bisogni profondi del cuore umano.

IL SEGRETO 
Da piccolo, Mordecai era una vera peste. Così i suoi genitori lo portarono da un sant'uomo a cui tutti ricorrevano per chiedere consigli nei casi più difficili. 
«Lasciatemelo qui un quarto d'ora» disse il sant'uomo. 
Quando i genitori furono usciti, l'anziano chiuse la porta. 
Mordecai sentì un po' di timore. 
Il sant'uomo si avvicinò al bambino e, in silenzio, lo abbracciò. 
Lo abbracciò in modo intenso. 
Quel giorno, Mordecai imparò come si convertono gli uomini.

A LORO LA PAROLA 
“Il mio papà non mi abbraccia più come una volta. 
Non so se lui pensi che io non ne abbia più bisogno. 
Però i suoi abbracci mi mancano” (Marianna, 15 anni). 
“So che a volte è difficile vivere con me. I miei genitori devono adattarsi ai miei vari stati d'animo..., ma quando mi abbracciano o mi mettono anche solo una mano su un braccio, mi sembra che tutto vada bene” (Lorena, 13 anni).

Autori: P.Pellegrino
Fonte: biesseonline.sdb.org
Paidos Onlus
dalla parte dei bambini, SEMPRE

Sostieni anche tu ‘BAMBINI al Centro’
Progetto di Ristrutturazione del
Centro Educativo Diurno dell’Opera San Giuseppe
per assicurare un’infanzia felice a tanti bambini
dona tramite bonifico su IBAN:
IT 51W 05385 78440 00000 0000 455
Inaugurazione 17/3/2018