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mercoledì 30 novembre 2016

Genitori manipolatori

GENITORI MANIPOLATORI

I genitori sono la fonte di protezione, rassicurazione, accoglienza e amore incondizionato che agiscono per il bene dei figli e favoriscono la loro crescita, soddisfando i loro bisogni e favorendo l’acquisizione dell’autonomia.

La coppia genitoriale e’ composta da due individui distinti, che vivono, agiscono e pensano a seconda del grado di consapevolezza e di maturazione affettiva emotiva che hanno raggiunto


E’ possibile distinguere genitori sani ed equilibrati che allevano i loro figli amandoli in modo nutriente e responsabile, riconoscendoli come esseri viventi a se’ stanti. Sono consapevoli dei loro punti di forza e dei loro limiti, desiderosi di migliorarsi e di ascoltare i propri figli per garantire loro una vita equilibrata ed emotivamente soddisfacente.
I genitori affetti da problemi psicologici, da nodi esitenziali irrisolti, da dipendenze e da patologie psichiatriche, situazione molto diffusa più di quanto si possa immaginare, manifestano ogni giorno nella relazione con i figli il loro disagio sotto forma della manipolazione affettiva.

Essere genitori non implica avere la capacità di amare consapevolmente i propri figli, un genitore e’ colui che genera i figli fisicamente o li adotta ma sono solo le singole persone che attribuiscono un significato autentico a questo ruolo.

Coloro che pur essendo genitori, vivono nella relazione con i figli le loro ferite infantili, si caratterizzano per un alto grado di immaturità che crea un clima emotivamente tossico nella famiglia.
La profonda confusione tra i bisogni dei figli e i bisogni infantili dei genitori che si comportano ancora come bambini con la loro prole, e’ alla base del processo di manipolazione affettiva che si innesta sul bisogno di accudimento che ogni bambino ha.
Un bambino ha bisogno della presenza e dell’assistenza di almeno un adulto per fare fronte ai propri bisogni, il genitore in quanto adulto deve adeguarsi alle esigenze dei figli e non viceversa. I bambini hanno bisogno di sentirsi amati, l’amore deve essere manifestato in modo chiaro, non ambiguo, con parole e gesti coerenti tra loro, hanno bisogno di una guida e di protezione, di genitori che mantengono le promesse e danno la possibilità ai figli di esprimere i loro sentimenti negativi e positivi.
Il sentimento più importante che un bambino può e deve provare e’ la fiducia in se stesso che affonda le sue basi nell’amore, nell’approvazione dei genitori, nella percezione del proprio corpo e nell’accettazione di sé.
I figli che non si sentono amati, non attribuiscono la mancanza di amore ai genitori ma a se stessi, si sentono in colpa di avere fatto qualcosa che ha portato il genitore ad allontanarsi da loro e si sentiranno inadeguati e non amati.
Pur di ricevere amore un bambino arriva a negare le proprie emozioni, ad adeguarsi a tutti i tipi di richieste dei genitori, riducendosi a mendicare l’amore. Secondo la psicologa Kathya Bonatti, i bambini non amati cercano in ogni modo di rendere felici i genitori, adeguandosi alle loro richieste e modificando il proprio sentire nella speranza di essere riconosciuti.
In questo caso si parla di “bambini ammaestrati” che secondo la Bonatti rimangono legati ai genitori solo compiacendoli ed illudendosi attraverso la dipendenza di essere amati. Questi bambini domani saranno adulti che mendicheranno amore e cercheranno l’appagamento emotivo all’esterno, si aspetteranno che i loro bisogni vengano soddisfatti da un’altra persona, nell’attesa di essere continuamente nutriti.

La psicologa Kathya Bonatti distingue due tipi di cause all’origine delle ferite emotive di un bambino:

Cause omissive

Si intendono mancanze, assenze, carenza di attenzioni riscontrabili sin dalla nascita, mancanza di cure igieniche che comportano sofferenze e ferite nei bambini. Tra queste cause si annovera anche l’assenza di contatto, calore, carezze, scarso o nessun ascolto, prestare poca attenzione, non sostenerli nelle loro scelte e non sottolineare il loro valore. Tutto questo crea dei veri “buchi emotivi” che vanno a minare l’autostima del figlio.

Cause commissive

Sono comportamenti di natura violenta sia fisica che psichica messi in atto volontariamente. Le violenze psicologiche sono quelle che vengono attuate senza forza fisica ma il cui effetto e’ altrettanto devastante, sono esercitate attraverso la comunicazione verbale e non verbale, punizioni, denigrando i figli con il sarcasmo, l’ironia, sminuendo i loro obiettivi e sforzi, facendo paragoni, riversando su loro la propria insoddisfazione e rabbia.
Tra le cause commissive sono annoverate altri tipi di violenza tra cui le violenze energetiche,quando i bambini non subiscono ne violenza fisica ne psicologica diretta ma vivono in una condizione di terrore costante, minacciati da eventi imprevedibili come quando hanno genitori alcolisti. Sia le cause omissive che quelle commissive sono all’origine della manipolazione affettive e mentali.
“Le manipolazioni affettive e mentali sono un tipo di interazioni che hanno lo scopo di influenzare gli altri senza che questi se ne rendano conto. Sono attuate tramite le parole, i comportamenti e gli atteggiamenti, i pensieri e le discussioni” (K. Bonatti).

Nello specifico della relazione genitori-figli la manipolazione e’ molto facile da mettere in atto perché i bambini sono dipendenti fisicamente ed emotivamente dai genitori ed assorbono tutte le informazioni che provengono da loro senza metterle in discussione ma le considerano una inconfutabile verità anche se contraddetta dai fatti.

Si possono annoverare quattro tipologie di manipolazione:

Manipolazione omissiva: si attualizza attraverso comportamenti omissivi perpetrati dal padre o dalla madre o da entrambi con azioni come il “non dire”o il “non fare” attraverso le quali i genitori conseguono i loro obiettivi svalutativi nei confronti dei figli. (Es. non coccolare, non ascoltare i figli, interromperli quando parlano, non prendersi cura di se stessi, facendo arrivare ai figli il messaggio che essi non sono cosi’ importanti).

Manipolazione commissiva

I genitori mettono in atto tale manipolazione per ottenere un loro tornaconto personale di tipo psicologico, sociale, economico. (I genitori che spingono i figli a sposarsi per avere nipoti, li usano come mezzo per dare un senso alla loro vita a prescindere dai desideri dei figli.
I genitori che inviano messaggi ambigui e ambivalenti ai figli chiedendo due cose opposte, distruggono l’autostima dei figli che si sentono incapaci di raggiungere due obiettivi in antitesi. I genitori che creano rivalita’ tra i figli, che impediscono il raggiungimento dell’autonomia economica ed affettiva, che criticano le loro scelte del partner).

La manipolazione raffinata

Questo tipo di manipolazione e’ preceduta da un atteggiamento di generosita’ e di attenzione per i figli per cui e’ difficile da riconoscere. (Es. quando i genitori hanno garantito il benessere ai loro figli pretendono poi che questi li ripaghino soddisfacendo i loro bisogni, confidare ad uno dei figli di essere il preferito il quale poi si sente di non avere il diritto di chiedere altro.
Oppure lodare un comportamento dei figli che va ad esclusivo vantaggio dei genitori come usare i figli come parafulmine per i problemi coniugali, piuttosto che richiedere comprensione dei figli quando questi svolgono professioni di tipo medico, legale, ecc).

Il vittimismo

E’ il tipo di manipolazione grazie a cui i manipolatori si auto vittimizzano per raggiungere i loro scopi. ( Es. quando un genitore trascura la propria salute per lamentarsi ed attirare l’attenzione del figlio, chiedere sempre aiuto per cose che potrebbero fare da soli). Il vittimismo permette di controllare i figli senza chiedere loro nulla in modo adulto, diretto, non assumendosi la responsabilita’ delle loro richieste.

Il senso di colpa

E’ il modo principale per controllare i figli e mantenere il potere su di loro facendoli sentire in colpa per qualunque motivo, l’obiettivo ultimo e’ far si che loro non sentano mai i loro bisogni ma siano sempre sintonizzati su quelli dei genitori.

Ricatti affettivi

Tipico esempio di questo tipo di manipolazione e’ la frase: ”se non fai questo mamma o papa’ non ti vuole piu’ bene”. In questo tipo di manipolazione il genitore si dipinge come un martire e il figlio deve salvarlo in ogni modo per non farlo stare male, compiacendolo completamente e negando i propri bisogni e desideri.
I genitori che adottano questo tipo di manipolazione presentano ai figli il conto di quanto hanno dato loro, per cui i figli sentono che non hanno ricevuto dai genitori in modo incondizionato e si adeguano alla richiesta di restituire quello che hanno ricevuto. (Es. la madre non ha abortito per cui il figlio deve essere grato; la madre si e’ sacrificata per cui i figli devono starle vicino;il padre e’ infelice per cui i figli devono rendergli la vita piu’ vivibile).
Quando la manipolazione e’ attuata con un figlio piccolo, questi non sapendo cosa significhi “essere cattivo” ma lo apprende in base al significato che i genitori attribuiscono a questa affermazione, congela le proprie emozioni e si adegua completamente al volere genitoriale per non perdere l’oggetto d’amore.
Quando la manipolazione avviene con i figli adulti, questi a causa del ricatto emotivo, non riescono ad esprimere la rabbia verso i genitori per paura di far loro del male.
Tali dinamiche rimangono sempre uguali anche quando i figli diventano adulti, perche’ la paura della perdita ha congelato le emozioni al periodo in cui sono avvenute le manipolazioni, per cui le reazioni che gli adulti mettono in atto sono le stesse che adottavano quando erano piccoli.
Autore: Salerno Marco
Fonte: psicoadvisor.com
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mercoledì 23 novembre 2016

Quattro consigli per avere figli felici

QUATTRO CONSIGLI PER AVERE FIGLI FELICI

Esiste un modo per garantire la felicità ai nostri figli? Certo che no, non esiste una formula magica che ci permetta di essere certi che i nostri bambini si trasformeranno in adulti felici. Tuttavia, in quanto genitori ed educatori, possiamo stabilire buone basi. Alcune linee guida che potranno servire loro come punto di partenza per sviluppare competenze sociali e lavorare sulla loro sicurezza emotiva.

Dobbiamo tenere ben presente anche un altro aspetto: fino all’adolescenza, i genitori saranno la principale figura di riferimento per il bambino. La madre, il padre, i nonni, ecc. diventano modelli da cui imparare e grazie ai quali sentirsi sicuri, attraverso l’affetto indispensabile per il loro sviluppo.

1. Comunicazione



Non importa se il neonato non sa ancora parlare. L’educazione dei bambini inizia dal momento stesso in cui vengono al mondo. Stabilire una routine, regole e abitudini, e parlare sempre in tono sereno, ma sicuro, farà sì che il bambino impari da noi. Rispondete a tutte le sue domande, prestate attenzione alle sue preoccupazioni, chiedetegli che cosa ne pensa o come si sente, anche se ha solo due o tre anni. Stabilite un’interazione continua e siate coerenti con voi stessi. Le discrepanze e le contraddizioni causano un senso di frustrazione al bambino.

Se dobbiamo dargli degli ordini, è bene che siano decisi e chiari. E uno alla volta. Gli ordini dovranno sempre essere accompagnati da un’argomentazione e da una sana comunicazione. Spiegategli per quale motivo deve fare qualcosa, perché è importante che il bambino capisca che ci aspettiamo da lui che sia collaborativo.

2. Intelligenza emotiva



Possiamo insegnare loro a leggere, ad andare in bici, ad attraversare la strada quando il semaforo è verde e quali sono le capitali dei paesi. Tuttavia, dobbiamo anche prenderci cura del loro mondo interiore. Farlo parlare delle sue emozioni, aiuterà il bambino a sviluppare competenze essenziali per il futuro, non solo per capire se stesso, ma anche per capire gli altri. È normale che i bambini facciano i capricci e abbiano attacchi d’ira ogni tanto: indagare su cosa scatena questi comportamenti li aiuterà a capire che cosa sentono e come canalizzare queste emozioni. Non vogliamo che i bambini crescano rinchiusi nelle proprie stanze davanti a un computer o al cellulare, ma che si relazionino con gli altri, che interagiscano con il mondo e con loro stessi. Dobbiamo abituarli a parlare dei loro problemi e a chiedere aiuto, e questo si ottiene soltanto attraverso la costruzione della loro fiducia, giorno dopo giorno.

3. Educazione democratica



I bambini si muoveranno in diversi contesti: la casa, la scuola, ecc. Devono imparare che in ogni spazio esistono limiti e regole da rispettare. Mettere queste cose in chiaro e dire loro che cosa possono o non possono fare, eviterà loro di credere che hanno diritto a tutto e possono fare ciò che vogliono. In questo modo eviteremo loro di sentirsi frustrati. I bambini con una bassa resistenza alla frustrazione sono di solito i più infelici, perché sentono di non ottenere mai ciò che desiderano. Per evitarlo, bisogna stabilire un’educazione democratica, con regole stabilite tra tutti, in modo che siano più comprensibili. Le regole e i diritti vanno sempre negoziati. I bambini devono dimostrarci che sono in grado di fare determinate cose e che possiamo fidarci di loro: in questo modo, conoscendo i loro diritti e doveri, matureranno poco a poco.

4. Libertà, immaginazione e rispetto



Ogni bambino cresce con una personalità e con necessità diverse. Cercare di cambiarle è un errore. Forse desideriamo che nostro figlio studi all’università, che diventi dottore, per esempio, o che segua le nostre passioni. Ma dobbiamo imparare a seguire le sue inclinazioni. Diamo loro la libertà di scegliere, rispettando i loro limiti e valorizzando i loro successi. Quando puniamo un loro comportamento, non dobbiamo concentrarci soltanto su ciò che hanno sbagliato, ma indicare loro come potrebbero migliorare. Il rispetto e una buona educazione devono prevedere entrambi gli aspetti: la punizione di ciò che è negativo e l’opportunità di miglioramento.
Alimentate più che potete la loro immaginazione, date loro opportunità di apprendimento, siate per loro una guida e insegnate loro cose nuove a cui possano ispirarsi. Date la giusta libertà per trovare la propria strada, facendogli capire che, qualsiasi essa sia, avranno sempre il vostro appoggio.

Fonte: lamenteemeravigliosa.it
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mercoledì 16 novembre 2016

Educhiamo alla generosità

EDUCHIAMO ALLA GENEROSITA'
Almeno uno su dieci italiani, cioè sei milioni, pratica il volontariato. Si occupa di estranei senza essere pagato. 

«Che nessuno venga a voi senza ripartire migliore e più felice. Siate la vivente espressione della bontà di Dio. Bontà sul vostro volto, bontà negli occhi, bontà nel sorriso, bontà nella vostra accoglienza piena di calore». 
(Madre Teresa)


Quando ci fu il terribile attentato delle torri gemelle a New York, il mondo intero seppe in pochi minuti ciò che stava accadendo. Alcuni, però, lo seppero in ritardo. C'era una tribù nel Kenya meridionale, in una zona delle più povere e lontane dalla tecnologia del mondo occidentale, che lo ha saputo con sette o otto mesi di ritardo. Non so come queste persone, che non conoscono il nostro mondo se non per sentito dire, possano raffigurarsi la grande città americana e la catastrofe che l'ha colpita. Ma hanno capito che è stato un avvenimento tragico. Abbigliati nelle loro vesti multicolori, hanno tenuto una riunione solenne e hanno deciso che avrebbero mandato quanto di più prezioso avevano agli abitanti di New York - sedici vacche - per aiutarli in quel momento di difficoltà. Queste persone che avevano conosciuto i tormenti della fame erano pronte a privarsi del loro cibo per offrire solidarietà ad altri esseri umani che non avevano mai incontrato. 

La generosità è la virtù del dono, della gratuità, risponde solo alla legge dell'amore e della solidarietà. Supera anche la giustizia, che pure è una virtù importante. È la capacità di donare denaro, ed è la parte più facile, e se stessi, la propria vita, ed è il volontariato e il sacrificio.
La solidarietà, base della generosità, significa sentirsi parte di qualcosa di più grande. È coesione, interdipendenza, comunione d'interessi e di destino. È partecipare ad una medesima storia con altre persone. Noi tutti abitiamo il medesimo pianeta, siamo ecologicamente solidali. 

Esiste un interesse comune, ma la generosità va ancora più in là.
Per la strada camminavano mamma e bambino. Il bambino aveva in mano un dolce. Passarono davanti ad una povera donna che stendeva la mano verso i passanti. Accanto a lei stava accucciato un ragazzino sporco, infagottato in abiti unti e troppo larghi per lui. Il bambino, sempre tenendo la mano della mamma, si fermò e fissò sconcertato il ragazzino. Poi guardò il dolce che aveva in mano e la mamma, quasi per chiedere il permesso. La mamma acconsentì con un leggero movimento della testa. Il bambino tese la manina verso lo zingarello e gli donò il dolce. Poi ripartì trotterellando accanto alla mamma.
Un passante, che aveva assistito alla scena, disse alla mamma: «Adesso gli comprerà un altro dolce, magari più grosso?».
La mamma rispose semplicemente: «No».
«No? Perché?».
«Perché chi dona rinuncia». 

Essere generosi è rischiare. La generosità è proprio questo: dare ciò che ci è più caro. È un atto che ci trasforma. Dopo saremo più poveri, ma saremo più ricchi.
Ciò che abbiamo, o che crediamo di avere, ce lo teniamo stretto: una persona, una posizione sociale, un oggetto, la nostra sicurezza. E in questo trattenere c'è paura. Possiamo donare solo ciò che possediamo, a patto di “non essere posseduti” dalle nostre cose. Per questo la generosità è sempre un gesto profondamente libero. 

Essere generosi è condividere risorse, emozioni, se stessi.
La generosità nasce dalla libertà e dalla volontà di usare bene la propria libertà. Per questo la generosità è questione di volontà. È l'esatto contrario dell'egoismo.
Ognuno di noi - questa è la natura della nostra vita - possiede beni che per altri sono d'importanza vitale, o perlomeno di un certo interesse: denaro, tempo, risorse essenziali come acqua o cibo, la capacità di dare stima e attenzione e via dicendo. Li vogliamo condividere oppure no? La nostra vita è congegnata proprio così, come un gioco di carte in cui ognuno dei giocatori ha delle carte che interessano agli altri, e gli altri hanno delle carte che sono vitali per lui.
Inoltre la vera generosità è consapevole. È un dare che non è dettato da sensi di colpa, da un debito o dal desiderio di creare dipendenza. È un dono libero che genera a sua volta libertà. Questa è gentilezza nella sua forma più bella. 

Essere generosi è la gioia di far felice un altro.
Tutti vogliono amare ed essere amati, la strada che porta all'amore si chiama generosità.
La generosità porta verso gli altri e può avere diversi nomi: unita al coraggio diventa eroismo; unita alla giustizia diventa equità unita alla compassione diventa benevolenza; unita alla misericordia è indulgenza. Ma il suo più bel nome è anche il suo segreto, che tutti conosciamo: insieme alla dolcezza, si chiama bontà.

IL CHICCO DI FRUMENTO
Un chicco di frumento si nascose nel granaio.
Non voleva essere seminato.
Non voleva morire.
Non voleva essere sacrificato.
Voleva salvare la propria vita.
Non gliene importava niente di diventare pane.
Né di essere portato a tavola.
Né di essere benedetto e condiviso.
Non avrebbe mai donato vita.
Non avrebbe mai donato gioia.
Un giorno arrivò il contadino.
Con la polvere del granaio spazzò via anche il chicco di frumento.

IL MANIFESTO DELLA GENTILEZZA
Noi crediamo che in un mondo che tende alla disumanizzazione, abbiamo più che mai bisogno di gentilezza. Verso noi stessi, gli altri, il pianeta.
Noi crediamo che essere gentili voglia dire essere rispettosi nei confronti di tutto quello che ci circonda: persone, animali ambiente.
Noi siamo convinti che l'era dell'aggressività e del “ciascuno per sé” sia tramontata.
Noi crediamo che sia arrivato il momento di affrontare la vita con più dolcezza, più comprensione, più attenzione.
Noi crediamo che essere gentili significhi essere parte attiva di un processo di miglioramento dell'esistenza di tutti.
Noi crediamo che la gentilezza sia una forza interiore e una forma alta di intelligenza.
Noi crediamo che la gentilezza sia una capacità e che come tale si possa apprendere.
Noi crediamo che la gentilezza sia contagiosa e, di conseguenza, trasmissibile.
Noi siamo convinti che la gentilezza debba concretizzarsi in piccole azioni.
Noi crediamo che tanti piccoli atti di gentilezza cambieranno il mondo.

Autori: Ferrero- Peretti
Fonte: B.S. Giugno 2016

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mercoledì 9 novembre 2016

Le conseguenze dell'abbandono di un genitore

LE CONSEGUENZE DELL'ABBANDONO
 DI UN GENITORE

L’abbandono di un genitore provoca un enorme vuoto emotivo in un figlio. Questo buco gigantesco finisce per isolare e deprimere e distrugge la stabilità emotiva dell’intera realtà dei ragazzi.

Grazie agli studi svolti sull’attaccamento negli ultimi anni, sappiamo che i legami affettivi sani garantiscono lo sviluppo di una vita piena in cui regnano le relazioni sani, una buona autostima, la sicurezza e la fiducia negli altri. L’attaccamento insicuro, invece, ci relega all’incertezza, alla bassa autostima e alla sfiducia nelle persone che ci circondano.

Un legame affettivo negativo tra genitori e figli provoca comportamenti distruttivi e un’angoscia enorme. Realizzare un esercizio di introspezione e di successivo distanziamento dall’accaduto aiuterà a comprenderlo o elaborarlo per garantire una maggiore liberazione emotiva e, di conseguenza, una strutturazione della personalità.

Definire i propri genitori e le relazioni caratterizzate dall’abbandono
Oggigiorno si parla delle relazioni familiari con più facilità rispetto al passato. Tuttavia, se avete avuto a che fare con un genitore assente, che ha abbandonato la famiglia per qualsivoglia motivo, allora vi troverete davanti all’indescrivibilità.

In questi casi, se vi fanno una domanda a proposito dei vostri genitori, non riuscite a far altro che tentennare, abbassare lo sguardo e rispondere in modo vago ed evasivo. Questo è il chiaro segno della difficoltà di definire il vuoto sentimentale e di gestire le cicatrici lasciate dall’abbandono.
A questo proposito, va detto che ci sono molti tipi di abbandono, tanti quanti casi nel mondo.

Vediamo i più comuni:
  • Il genitore emotivamente assente, ma fisicamente presente. Se fate caso alla realtà socio-emotiva che vi circonda, noterete che questa forma di “educazione” è molto comune.
  • Il genitore che vi ha abbandonati prima, durante o dopo l’infanzia. Il dolore dell’abbandono fisico ed emotivo, scelto dalle figure di riferimento quali sono i genitori, lascia germogliare semi molto importanti nel corso della maturazione. È difficile gestire la realtà che si è costretti a vivere in questi casi. D’altronde, come accettare che una persona che dovrebbe accompagnarvi per la la maggior parte della vostra vita decida di allontanarsi da voi?
  • Il genitore che vi ha abbandonati fisicamente o affettivamente durante la gioventù o l’età adulta. Molto probabilmente, chiamerete questa forma di abbandono “tradimento”. Per arrivare a questo punto, c’è bisogno di un’elaborazione verbale particolarmente consapevole.
  • La quasi totale assenza della figura paterna o materna. Qui ci sono diversi sotto-casi:

  1. Il genitore morto prematuramente che non ha avuto la possibilità di avere un ruolo nella vostra vita.
  2. Il genitore che è morto, ma che avete conosciuto. All’interno di questo profilo, il desiderio e l’idealizzazione creano un vuoto particolare.

La gestione del legame distrutto o distruttivo
L’elaborazione psicologica a livello emotivo e in termini di pensiero non dipende solo dal figlio, ma anche dall’ambiente che lo circonda. L’ombra del genitore assente è sempre una tenaglia per la vita familiare.

Non è facile accettare che uno dei propri genitori, punto di riferimento per eccellenza, non sia più nella nostra vita. È per questo che la sua assenza ha una fortissima influenza nella determinazione della nostra evoluzione emotiva.

È possibile che, a seconda della nostra posizione nella gerarchia familiare, un altro membro della famiglia si assuma il ruolo di genitore, pur senza esserlo, per compassione o per necessità. Può anche accadere che siamo noi i primi a sentire il bisogno di gestire certe situazioni.
Ma cos’è un genitore? Questa è un’eterna riflessione, con complesse implicazioni. La cosa più naturale è pensare che il genitore emotivo sia anche colui che ci ha dato la vita; tuttavia, non è sempre così.

È bene specificare che, a seconda del momento evolutivo e delle circostanze relative all’abbandono, assumeremo certe qualità, impegni, responsabilità e ruoli che non ci spettano. Va ricordato che:
Se il genitore viene a mancare in tenera età (0-6 anni), è difficile raggiungere la pienezza emotiva tipica di questa tappa in cui siamo impegnati a crescere.

Se l’abbandono ha avuto luogo nella seconda parte dell’infanzia (6-12 anni), la capacità di consolidare la base dell’attaccamento sano sarà minata, se non distrutta. Nel corso dell’adolescenza, fase in cui è fondamentale avere un appoggio, un punto di riferimento e limiti ben definiti, il processo di costruzione di un’identità solida sarà profondamente destrutturato.

L’infanzia e l’adolescenza sono momenti evolutivi in cui la personalità non si è ancora ben strutturata, dunque l’ansia, la tristezza e il dolore di una perdita segnano profondamente il nostro modo di essere e di relazionarci con gli altri. Detto in altre parole, si tratta della genesi di una destrutturazione interna che per natura non sarebbe dovuta succedere. Per questo motivo, è un fatto particolarmente traumatico che segnerà la nostra essenza e la nostra capacità di interagire con gli altri.
Quando l’abbandono si verifica nel corso della gioventù o dell’età adulta, l’elaborazione necessaria acquisisce diverse sfumature. L’assenza e l’abbandono da parte del genitore provoca delle incongruenze nella personalità e nella capacità di instaurare relazioni.

Se cerchiamo di esprimerlo a parole, il fenomeno dell’abbandono risulta ancora più cruento: la realtà non viene anestetizzata, viene anzi dipinta in modo ancora più cupo. La nostra corazza si fa più dura e, allo stesso tempo, più fragile, rendendo il processo di ricostruzione più complicato.
Conosciamo i segreti, ci rendiamo conto della realtà e sappiamo leggere tra le righe, ma non siamo mai pronti per staccarci dall’idea del genitore come mentore, protettore ed eroe.

Alleviare il dolore per convivere con la perdita
Non stiamo parlando di “superare” la perdita, bensì di “conviverci”. Si può superare la perdita di un mazzo di chiavi, del proprio gioco preferito, ma superare la perdita di un genitore è impossibile.

Questo va accettato, perché se proviamo a convincerci che la perdita del nostro genitore non ci toccherà, costruiremo dei castelli in aria. È irreale credere che qualcosa dotato di un carico affettivo talmente grande possa risultarci indifferente.

Elaborare e gestire il segno lasciato dall’abbandono da parte di un genitore richiede il perdono individuale e familiare, cosa non sempre semplice. Se il nostro nucleo castiga continuamente la figura materna o paterna, se notiamo dolore nel genitore rimasto, nei nostri fratelli o nei nostri nonni, probabilmente trasferiremo tutta quella sofferenza dentro di noi.

Capire questo significa andare avanti, vuol dire essere capaci di separare il dolore degli altri dal nostro. Ovviamente, le due sofferenze compongono un cocktail che ci renderà in qualche modo vulnerabili per sempre.

Ma se delimitiamo la sofferenza e isoliamo ogni singolo fatto, riusciremo a comprendere meglio gli avvenimenti. Questo ci aiuterà a non far proliferare il dolore e le emozioni che accompagnano questo fenomeno e a percorrere il nostro percorso emotivo con passo leggero.

Fonte: lamenteemeravigliosa.it

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mercoledì 2 novembre 2016

C’è un disperato bisogno di abbracci

C'E' UN DISPERATO BISOGNO DI ABBRACCI

L'abbraccio è tra le più tenere manifestazioni d'affetto.
Una ragazza era di pessimo umore. Aveva tutte le sue spine fuori, proprio come un porcospino tormentato da un cane. Troppi compiti a casa, troppe interrogazioni, troppo tutto... ecco! La madre le ripeteva la solita predica, con ragionamenti, spiegazioni e raccomandazioni. 
La ragazza si fece ancora più scura. Poi guardò la madre dritta negli occhi e scandì: «Mamma, sono stanca e stufa delle tue prediche. Perché invece non mi prendi tra le tue braccia e mi tieni stretta? Nessun consiglio potrà mai farmi altrettanto bene!». 
La madre rimase a bocca aperta. Gli occhi della figlia imploravano un abbraccio. Con la voce rotta dalla voglia di piangere, disse: «Vuoi... vuoi che ti abbracci? Ma lo sai che anch'io... anch'io voglio che tu mi abbracci?». Accolse la figlia nelle braccia aperte e la strinse a sé, come fosse ancora una bimba. E tutte le tensioni svanirono.
 
«Per favore, abbracciami!» L'abbraccio è una preghiera, una supplica, tanto ci è indispensabile. 
Pochi mesi prima di morire, la scrittrice Natalia Ginzburg (1916-1991) confidava: “Il mio mestiere è quello di scrivere”, ma, subito dopo, abbracciando il piccolo pronipote aggiungeva: “Questa è la vita! Non i libri!”. 

Non c'è dubbio che basta essere uomini per aver bisogno della tenerezza di qualcuno. 
Giacomo Leopardi (1798-1837) in una lettera del novembre 1822 gridava al fratello Carlo: 
Amami, per Dio! Ho bisogno di amore, amore, amore!”. 
Ancora nel luglio 1828 ripeteva vanamente: “Io non ho bisogno di gloria, né di stima, né di altre cose simili, ma ho bisogno di amore!”. 

Bisogno di abbracci 
Oggi i sociologi ci fanno notare che “non è bastato liberare il sesso e rimuovere il concetto di morte per avere un popolo felice” (Sabino Acquaviva 1927-2015). 
Che cosa manca, dunque? 
Manca la tenerezza, manca l'abbraccio. 
Scavando alle pendici dei vulcani, l'archeologo sovente ritrova scheletri abbracciati: uniti dal terrore della lava. Abbracciati è più leggero vivere e fa meno paura morire! 

A proposito di abbracci, in America è stata pensata un'iniziativa forse discutibile, certo originale. Si tratta della “Festa delle coccole” (il 'Cuddle Party'). In un appartamento privato, si è liberi di coccolare, di abbracciare chi si vuole per tre ore e mezza (costo: venti euro). Le regole sono molto chiare: ci si distende sul pavimento, indossando il pigiama. Sono ammessi cuscini e peluche. Il sesso è vietato. Prima di baciarsi è necessario chiedere il permesso. Se qualcuno allunga le mani, appositi buttafuori riportano immediatamente l'ordine. 
Secondo gli ideatori i 'Cuddle Party' sono un modo per guarire dall'alienazione metropolitana. Sono validissimi per ritrovare l'umanità, dopo tanti incontri con sole macchine, con soli oggetti. Perché questo è il punto: l'uomo ha bisogno dell'uomo, del profumo dell'uomo, del contatto dell'uomo. Le cose, da sole, non bastano mai: possono riempire il cuore, ma non soddisfarlo.
 
A costo di ripeterci, riportiamo ancora una volta la testimonianza di un medico. 
La maggioranza degli alcolizzati si sono abbandonati al vizio del bere per superare un turbamento infantile, per cancellare una ferita che si è aperta e non si è più rinchiusa. Si attaccano al collo della bottiglia perché non hanno potuto attaccarsi al collo della mamma”. 

Dunque, perché non riportare, senza se e senza ma, l'abbraccio nell'arte di educare? Siamo convinti che sarebbe la più intelligente e benefica rivoluzione della misericordia intesa per quello che è: non compassione, non commiserazione, ma capacità di sintonizzarsi con i bisogni profondi del cuore umano.

IL SEGRETO 
Da piccolo, Mordecai era una vera peste. Così i suoi genitori lo portarono da un sant'uomo a cui tutti ricorrevano per chiedere consigli nei casi più difficili. 
«Lasciatemelo qui un quarto d'ora» disse il sant'uomo. 
Quando i genitori furono usciti, l'anziano chiuse la porta. 
Mordecai sentì un po' di timore. 
Il sant'uomo si avvicinò al bambino e, in silenzio, lo abbracciò. 
Lo abbracciò in modo intenso. 
Quel giorno, Mordecai imparò come si convertono gli uomini.

A LORO LA PAROLA 
“Il mio papà non mi abbraccia più come una volta. 
Non so se lui pensi che io non ne abbia più bisogno. 
Però i suoi abbracci mi mancano” (Marianna, 15 anni). 
“So che a volte è difficile vivere con me. I miei genitori devono adattarsi ai miei vari stati d'animo..., ma quando mi abbracciano o mi mettono anche solo una mano su un braccio, mi sembra che tutto vada bene” (Lorena, 13 anni).

Autori: P.Pellegrino
Fonte: B.S. Giugno 2016
Paidos Onlus
dalla parte dei bambini, SEMPRE

mercoledì 26 ottobre 2016

Le famiglie tossiche che causano sofferenza

LE FAMIGLIE TOSSICHE CHE CAUSANO SOFFERENZA

Sono molti gli psicologi che hanno fatto particolare attenzione alle relazioni che esistono all'interno delle famiglie, per poter spiegare la psicopatologia che colpisce alcuni dei loro membri. In realtà, tutta la psicologia, con le sue diverse correnti, si interessa a questo tema e lo prende sempre in considerazione come il fattore scatenante di molti disturbi mentali.

Famiglie unite, famiglie divise, genitori più democratici e genitori più autoritari, complicità tra le generazioni, relazioni che incoraggiano il doppio vincolo familiare, genitori iperprotettivi, abbandono, negligenza, ecc. Sono molti i fenomeni studiati che collegano alcune malattie mentali all'ambiente e alle relazioni familiari.

Perché è tanto difficile affrontare questo argomento?
Se c’è un aspetto particolarmente difficile in questo tema, riguarda il giusto modo in cui affrontarlo, spiegarlo e trattarlo, soprattutto quando, in alcune società, alcune idee sono considerate verità assolute che, purtroppo, non sempre si compiono. Il sangue rende parenti, ma non significa molto di più. Viene dato per scontato, come fanno anche alcune frasi del tipo “non c’è niente come la famiglia”, “la famiglia non vuole mai fare del male” o “tra parenti bisogna perdonare qualsiasi cosa”.

Tutto ciò è fonte di grande dolore, senso di colpa e confusione per le persone che pensano che i loro parenti non abbiano saputo rispondere a quella “incondizionalità” che, secondo la società, dovrebbero rappresentare, che sono state vittime di maltrattamenti fisici o psicologici o che credono che il modo in cui sono state cresciute abbia impedito il loro pieno sviluppo e la loro indipendenza emotiva.

Ci sono famiglie che hanno fatto del male in modo intenzionale e altre che lo hanno fatto senza saperlo, dando l’amore, i consigli e l’educazione che ritenevano giusti e necessari, ma senza curarsi del fatto che i loro figli non desideravano il futuro che avevano immaginato per loro.

Con questo articolo, non vogliamo certo segnalare chi ha cresciuto bene i propri figli e chi no, ma tenteremo di dimostrare alcuni miti per spiegare la realtà, ovvero che ci sono famiglie che guariscono e famiglie che fanno ammalare.

Ruoli assegnati ed etichette che segnano
Dalla frase “è un bambino vivace” alla frase “ha un carattere difficile”, esiste una catena impercettibile di piccole frasi che, dette e ripetute all’interno del nucleo familiare, possono colpire duramente chi le ascolta. In fondo, è un modo di dare un’identità a ognuno dei propri figli, di risparmiarsi delle spiegazioni o, in alcuni casi, di nascondere le proprie carenze come genitori che crescono un bambino.

Etichettare un bambino è un modo di immortalare il suo comportamento. Ciò che ascolta dagli altri gli fa credere di avere un comportamento “incorreggibile”, intrinseco al suo essere. Queste etichette vengono trasmesse dai genitori, dai professori e dai conoscenti, penetrando l’ambiente diretto che circonda il bambino.

Come dicevamo, le etichette imposte ai figli non si limitano all’ambiente interno della famiglia, ma raggiungono anche i professori e i conoscenti del bambino. Quando il bambino stesso vuole cambiare il proprio comportamento, si trova di fronte un muro di diffidenza.

Amore frainteso
Quante volte abbiamo sentito ripetere la frase “come ti vuole bene la tua famiglia, non ti vuole bene nessuno”? Questa frase ferisce i sentimenti di molte persone che non hanno avuto una vita facile nella loro famiglia, rendendo difficile l’identificazione e persino la denuncia di alcuni comportamenti abusivi. Non possiamo nemmeno dimenticare che questo maltrattamento può andare in entrambe le direzioni, dalle generazioni più anziane a quelle più giovani o da quelle più giovani a quelle più anziane.

Che qualcuno abbia “il vostro stesso sangue”, non significa che non possa ferirvi con il suo comportamento. La parentela è una questione biologica, genetica, ma un buon legame è affettuoso, comunicativo e soggetto alla variabilità degli individui, che ha poco a che fare con l’eredità genetica.

I geni stabiliscono un legame ereditario che non deve per forza essere accompagnato da un legame affettivo soddisfacente. Queste massime adottate dalla società rendono molto difficile individuare le nostre necessità e i nostri veri interessi come individui.

L’iperprotezione che soffoca e impone limiti
Non basta amare senza limiti, perché persino in amore è necessario fare uso della virtù dell’equilibrio. Nelle prime fasi dello sviluppo del neonato è possibile osservare il suo bisogno di esplorare l’ambiente che lo circonda, avendo una figura rilevante di riferimento, un fatto dimostrato dagli psicologi John Bowlby e Mary Ainsworth.

Gli studi sulle scimmie condotti da Harry Harlow mettono in evidenza che l’affetto e l’amore che il neonato prova nei confronti della madre è fondamentale per sviluppare un legame sicuro che gli permetta di esplorare il mondo in modo indipendente. Nonostante ciò, questo attaccamento non deve essere confuso con l’iperprotezione.

Vegliare sulla sicurezza di un bambino non deve interferire con la sua assoluta libertà di esplorare l’ambiente che lo circonda. Queste prime esperienze di interazione con il mondo determineranno la sua forza e la sua sicurezza nell’affrontare le sfide che il futuro gli riserverà

Le aspirazioni incomplete proiettate sui figli
Il fatto che la maggior parte delle persone scelga di avere figli e che svolgano il loro ruolo di genitori con naturalezza, non significa che, da decisione, debba trasformarsi in un obbligo. La pianificazione familiare e l’incorporazione di massa delle donne al mondo del lavoro hanno ridotto il numero di figli per coppia e hanno portato alcune coppie a difendere pubblicamente la scelta che hanno fatto: quella di non avere alcun figlio.

Poiché si tratta ormai di un’opzione e non più di un obbligo, come accadeva invece in passato, ci ritroviamo in uno scenario più complesso e che richiede una responsabilità e un’onestà maggiori: i figli non devono essere l’ultima risorsa per la coppia, non sono un modo di validazione personale e non devono sopportare il peso della frustrazione dei genitori.

Desiderare per i propri figli un’infanzia migliore di quella vissuta, forse piena di carenze emotive o difficoltà economiche, fa molto onore. Tuttavia, se desiderate proiettare su vostro figlio tutto ciò che non avete potuto o non avete avuto il coraggio di fare, vi state sbagliando.

Imporre ai nostri figli mete a seconda di ciò che hanno ottenuto o meno, paragonare e fare pressione sulla scelta di una certa strada significa minare la loro individualità. Il nostro ruolo in quanto persone che li amano è quello di aiutarli a trovare il loro cammino ed incoraggiarli ad ottenere gli strumenti migliori per poterlo percorrere.

Dobbiamo sempre ricordare che i figli non sono una nostra proprietà, la loro unica padrona è la vita, una volte che viene loro donata

Fonte: lamenteemeravigliosa.it
Paidos Onlus
dalla parte dei bambini, SEMPRE

mercoledì 19 ottobre 2016

Impariamo ad essere felici

IMPARIAMO AD ESSERE FELICI

La gioia è un fattore di crescita in sé e per sé. Lo aveva intuito bene il geniale scienziato e filosofo del secolo scorso Teilhard de Chardin quando sosteneva che “il pericolo più grave non è la bomba atomica, ma la possibilità che l'uomo perda il gusto della vita”. 

Dicono che il mondo sia di chi si alza presto al mattino. Sbagliato! Il mondo non è di chi si alza presto, ma di chi è felice di alzarsi! 


Dunque possiamo avere in mano il metro per valutare il nostro successo pedagogico: far sì che ogni mattina il figlio svegliandosi dica: “Buongiorno vita!”. 


Per fortuna il segreto per giungere a tanto non è dell'altro mondo.
È nelle nostre mani. Si tratta di mettere in atto almeno le sei strategie che seguono.


Le sei strategie vincenti
1. Non spremiamolo!

Poveri ragazzi con l'agendina! Al mattino a scuola, al pomeriggio a nuoto, a danza, a karaté. A equitazione. Per favore, diamoci una calmata! Basta con i ragazzi che soffrono di ingorgo psichico! Quando arriverà il giorno in cui tutti i genitori del mondo si metteranno in testa che il bambino che non gioca gioia ne ha poca?
Quando tutti i padri e tutte le madri si convinceranno che è infinitamente meglio avere figli felici che famosi? Da quel giorno benedetto, i piccoli della Scuola Primaria non scriveranno più ciò che ha scritto un bambino di otto anni che alla domanda della maestra: “Che cosa farai da grande?” ha risposto: “Da grande mi riposo!” (autentico!). 


2. Teniamo d'occhio la vita di coppia
Non ci vuole molto ad ammettere immediatamente che la gioia dei figli è legata a quella dei genitori. È un dato di fatto che quando papà e mamma fanno scintille chi viene turbato è il figlio. “Quando due elefanti si combattono chi ci rimette è l'erba del prato” dice la sapienza africana. 


3. Tutte le mattine stracciamo le parole invalidanti
Mini campionario: “Bisognerebbe pestarti!”. “Ma che figlio abbiamo!”. “Sai solo fare pasticci!”. Parole che graffiano l'anima del figlio, la amareggiano, la avvelenano contro tutti e contro tutto. Parole da gettare subito nel cestino della carta straccia. 


4. Cambiamo gli occhiali
Perché non partire da oggi stesso a cercare il lato buono che è nascosto nel figlio? Il cardinale Carlo Maria Martini (1927-2012), dopo un incontro con alcuni genitori, scriveva sul suo diario personale: “Niente è più opprimente che incontrare genitori che si lamentano in continuazione e non si accorgono delle meravigliose opportunità che hanno a portata di mano!”.
Già lo sappiamo: Dio non crea scarti! Anche nella persona più slabbrata vi è almeno un 5% di buono. Diceva bene il profondo scrittore francese Albert Camus: “Nell'uomo vi sono sempre più cose da ammirare che da disprezzare”. 


5. Accettiamo il figlio fino in fondo
Anche se non sempre corrisponde ai nostri sogni. Specialmente se adolescente, accettiamo anche qualche suo 'pallino'. I genitori che accettano pienamente il figlio, lo aiutano a volersi bene. Opera preziosissima: chi non vede in sé un amico, muore di disperazione! 


6. Facciamolo sentire utile almeno due volte al giorno
Due sono le cose certe: la prima: chi non si sente utile sente d'aver sbagliato a nascere; la seconda: solo chi può dimostrare una qualche sua bravura trova una ragione per vivere e gustare la vita.
In breve: il senso dell'inutilità azzera la felicità! 


Tutti gli psicologi dicono che, soprattutto il bambino, ha una voglia matta di fare, di aiutare, di imparare. Scusate la franchezza, ma ci preme andare subito al cuore del problema: non è arrivato il tempo di smetterla di far sentire incapaci i nostri figli? Ormai ha sei anni e l'arancia può sbucciarsela con le sue mani. Ormai ha otto anni e lo zainetto scolastico può benissimo gestirselo da solo. Ormai ha quindici anni e può far sentire la sua opinione a riguardo dell'auto che stiamo per cambiare. 

Mettere al mondo un figlio e farlo sentire incapace di vivere è da crudeli: è impedirgli di sperimentare l'esaltante avventura della vita.
Siamo sulla sponda opposta dello squillante “Facciamo festa!”.



Autori: P.Pellegrino
Fonte: B.S. Settembre  2016
Paidos Onlus
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