Paidos Onlus

Paidos Onlus
Paidos Onlus dalla parte dei bambini,SEMPRE

mercoledì 21 giugno 2017

Quello che vi siete persi

QUELLO CHE VI SIETE PERSI...
...il blog va in vacanza

E' giunto il momento di sospendere l’attività del blog, che ripartirà a settembre a pieno regime. Per chi volesse recuperare i contenuti pubblicati in questa prima metà dell’anno basterà cercare nell'archivio blog o tra i post più popolari (li trovate sul lato destro della home).

Alcuni consigli:

Adolescenti attratti dai giochi violenti e della morte;

Lettera di un adolescente ai suoi genitori;

Un kit pedagogico per le neomamme;

Insegnare ai bambini l'ABC delle emozioni;

Lettera ad un figlio;

Lettera di una mamma ai bulli che perseguitavano il figlio;

Alike, il cortometraggio che ogni genitore dovrebbe vedere;

L'importanza di trovare dei motivatori

Buona lettura e buone vacanze.


Paidòs Onlus
dalla parte dei bambini, SEMPRE


Con il tuo 5XMille
ASSICURI UN’INFANZIA
SERENA A TANTI BAMBINI
scrivi 030 59 04 07 11
sul tuo 730/CU/UNICO






mercoledì 14 giugno 2017

In Danimarca si va a lezione di empatia

IN DANIMARCA SI VA A LEZIONE DI EMPATIA
A lezione di empatia. Questo succede nelle scuole danesi: in Italia la situazione è diversa, ma non mancano esempi virtuosi. Ne abbiamo parlato con il dottor Mario Di Pietro, esperto di Educazione razionale emotiva.

Nelle scuole in Danimarca, oltre alla matematica e alle altre materie tradizionali, i bambini vanno anche a lezione di empatia. Ogni settimana gli studenti dai sei ai sedici anni hanno a disposizione la Klassens tid, ovvero un momento in cui tutti possono condividere emozioni, problemi personali o difficoltà per ascoltare consigli e trovare soluzioni con l’aiuto dei compagni e dell’insegnante.
Il tutto è reso ancora più piacevole dalla Klassens time kage, una torta al cioccolato che i ragazzi preparano e portano in classe a turno. L’obiettivo? Creare un’atmosfera piacevole, chiamata “hygge”, e aiutare i giovani a far crescere la propria empatia – dal greco en pathos, “sentire dentro” – e quindi la loro capacità di percepire e condividere le emozioni altrui in un clima di collaborazione, con tutti i benefici che ne conseguono.
Il valore di questo approccio non è solo intuibile ma è addirittura dimostrato. Ad esempio, un notevole calo del livello di empatia tra i giovani statunitensi di oggi rispetto a quelli degli anni Ottanta-Novanta è stato registrato da uno studio dell’Università del Michigan e questo è coinciso con un aumento dei problemi di salute mentale e depressione degli stessi.
Per capire come la scuola italiana prenda in considerazione questa tematica ne abbiamo parlato con il dottor Mario Di Pietro. Psicologo e psicoterapeuta, negli anni Novanta portò in Italia l’Educazione razionale emotiva, procedura psicoeducativa che “educa la mente per metterla al servizio del cuore” e aiuta ad acquisire consapevolezza delle proprie emozioni, superando, in modo costruttivo, pensieri negativi che alimentano emozioni dannose.
Da molti anni il dottor Di Pietro si adopera proprio in ambito scolastico affinché questa procedura possa essere applicata anche alla didattica con diversi obiettivi, tra cui: favorire l’accettazione di se stessi e degli altri; facilitare il superamento di stati d’animo spiacevoli; aumentare la tolleranza alla frustrazione; favorire l’acquisizione di abilità di autoregolazione del comportamento; incentivare la cooperazione in alternativa alla competizione.
Oltre a essere psicologo, psicoterapeuta e docente il dottor Di Pietro è ancheterapeuta cognitivo-comportamentale. Specializzatosi a New York con Albert Ellis (fondatore della terapia razionale emotiva comportamentale) è autore di diversi testi, tra cui L’Educazione razionale emotiva e L’Abc delle mie emozioni.
Sappiamo che nelle scuole danesi l’empatia e le emozioni sono materia scolastica. In Italia esiste qualcosa del genere?
Sì, anche in Italia esistono sperimentazioni di questo genere ma non così su vasta scala come in Danimarca. Da noi si tratta più che altro di realtà isolate e legate alla lungimiranza dei dirigenti scolastici. Io negli anni ho seguito e ispirato vari progetti nelle scuole. Anche l’Istituto superiore di Sanità se n’era interessato e aveva finanziato una ricerca su questo.
Ci può dare una misura della diffusione di questi progetti in Italia?
Io formo circa cinquecento insegnanti l’anno sulle tematiche dell’Educazione razionale emotiva. Di recente sono andato anche in Abruzzo, dove hanno avuto problemi di resilienza coi bambini e, attualmente, sto seguendo un progetto a Pordenone legato a una rete internazionale sponsorizzata anche dall’Organizzazione mondiale della sanità.
Come mai in Danimarca la situazione è così differente dalla nostra?
In Danimarca c’è un retroterra culturale diverso, molto ricettivo. Da loro non c’è un clima politico e culturale così caotico e selvaggio come da noi e hanno molto più senso civico. Perciò lì c’è terreno fertile per certe cose. Qui da noi, specialmente in certi contesti, per esempio al Sud, esistono problematiche sociali ben più impellenti da risolvere. Questo è un lusso che si possono permettere solo società più evolute.
Gli insegnanti come applicano in classe le procedure dell’Educazione razionale emotiva?
Attraverso percorsi mirati o applicandola alle varie discipline. Per esempio l’insegnante di lettere può aiutare i ragazzi a espandere il loro vocabolario emotivo; l’insegnante di scienze può spiegare quali sono i segnali fisici che il nostro corpo ci trasmette quando proviamo certe emozioni; quello di studi sociali può parlare del controllo della rabbia nell’interazione. Ci sono varie possibilità di introdurre nell’ambito delle discipline curriculari argomenti che riguardano l’Educazione razionale emotiva, però alla base ci dovrebbe essere un percorso strutturato che richiede diverse settimane. Se poi si vogliono fare le cose in modo completo, il percorso andrebbe ripetuto per tre anni consecutivi, perché, come qualsiasi nuova competenza anche questa richiede una reiterazione per essere consolidata.
È davvero così importante imparare a essere empatici?
La mancanza di empatia deriva da una visione negativa della realtà. Chi non prova empatia ha delle modalità di pensiero distruttive nei confronti dell’altro, per questo è incapace di provare e sentire quello che l’altro può provare. Però, attenzione, identificarsi con l’altro non è sempre utile perché può togliere le energie per aiutarlo. All’empatia deve unirsi la compassione che significa proprio “soffrire con l’altro” per aiutarlo a superare la sofferenza stessa.
Tutti possono imparare a essere più empatici e compassionevoli?
I fattori in gioco sono sia temperamentali che ambientali. Certe persone hanno una maggiore predisposizione all’empatia e quindi faticano meno ad apprenderla e applicarla, chi è meno predisposto dovrà impegnarsi di più, ma tutti possono migliorare.
Fonte: lifegate.it
Paidòs Onlus
dalla parte dei bambini, SEMPRE

Con il tuo 5XMille
ASSICURI UN’INFANZIA
SERENA A TANTI BAMBINI
scrivi 030 59 04 07 11
sul tuo 730/CU/UNICO

mercoledì 7 giugno 2017

Genitori che urlano ai figli

GENITORI CHE URLANO AI FIGLI

Sarà capitato a tutti di perdere la pazienza e di rimproverare il proprio figlio urlando. Perché lo si fa, ci si potrebbe chiedere? Le risposte possono essere le più svariate: perché non ascolta, perché non obbedisce,perché non segue le regole, fa i capricci etc.
Se ci facciamo caso, tutte queste risposte hanno a che fare con il comportamento o con l’atteggiamento del bambino stesso; la causa delle urla dei genitori sta in lui, nel bambino!!
Ma dobbiamo chiederci, invece, “perché a questi comportamenti io reagisco urlando? Cosa di questi atteggiamenti di mio figlio mi tocca a tal punto da dover urlare?”. Ci rendiamo allora conto che la necessità di urlare non è “causata” dal comportamento del bambino, tutt’al più è scatenata da esso, ma cosa ci sta alla base?
Facciamo un passo indietro!
Se è vero che tutti questi comportamenti del bambino portano un genitore a perdere completamente la pazienza, non è altrettanto vero che rimproverare urlando possa risolvere il problema.
Quando un genitore urla questo ha sul bambino più effetti.
Innanzitutto un genitore che urla è un genitore che non riesce a padroneggiare la situazione, che ha perso il controllo e che quindi non si mostra più quel punto di riferimento fermo e deciso che il bambino si aspetta e di cui ha bisogno.
Inoltre, se qualcuno ci urla contro in qualche misura ci sta attaccando e quando ci sentiamo attaccati la prima cosa che facciamo è difenderci. Come ci si difende da qualcuno che urla? È semplice, basta non ascoltarlo, “staccare l’audio”; ciò rende quindi inutile e inefficace tutto ciò che viene detto mentre si urla. Se noi urliamo i nostri figli molto semplicemente non ci ascoltano!
Infine, urlare è una manifestazione di aggressività e ciò porta il bambino a pensare che il genitore non gli voglia più bene, porta al senso di colpa e all’umiliazione, tutti sentimenti che spesso producono una forte reazione di rabbia nei confronti dei genitori, creando poi un circolo vizioso.
Allora come fare per rimproverare senza urlare?
Di certo ci vuole una grande dose di autocontrollo e di pazienza, ma ci sono dei piccoli accorgimenti che possiamo trovare e mettere in atto.
Quando capita di urlare chiediamoci sempre perché in quel momento lo stiamo facendo? Qual è il comportamento o l’azione del bambino che ci sta facendo urlare? Ad esempio “ha preso i colori e ha scarabocchiato la parete”. A questo punto possiamo chiederci “In che modo questa cosa poteva essere evitata?”, si possono trovare più risposte a questa domanda: “potevo evitare che i colori fossero a portata di mano”, “potevo spiegargli che non si scrive sulle pareti”, “potevo prendere un cartellone, appenderlo alla parete e permettergli di scarabocchiare solo quella parte”, e così via…
Questo esercizio mentale ci aiuterà a pensare sempre di più a lungo termine, cercando di prevedere le possibili conseguenze di determinati comportamenti.
Ma ormai il danno è fatto! E adesso? Possiamo chiederci “A cosa mi serve urlargli contro? E soprattutto a chi serve?”, di certo non serve al bambino, non è urlando che si eviterà il ripresentarsi di quel comportamento, forse serve un po’ di più come sfogo per il genitore, ma è uno sfogo che non è senza conseguenze, così come abbiamo visto in precedenza.
Come fare allora? Non lo si rimprovera? Certo che lo si rimprovera ma facendogli comprendere il perché quella determinata azione non va fatta. Prima del rimprovero, però, c’è un’altra cosa da fare: chiedere al bambino cosa abbia fatto, se comprenda cosa sia accaduto, perché lo ha fatto!
Non sono domande inutili, che non servono a nulla, anzi! Sono domande fondamentali, perché la percezione che abbiamo noi adulti non è la stessa percezione che hanno i bambini. Dal punto di vista dell’adulto uno scarabocchio sul muro è un comportamento inaccettabile, è un dispetto, è qualcosa che sporca, ma noi non sappiamo se il bambino lo ha fatto pensando così di far vedere quanto sia bravo alla mamma, o perché gli piacciono i colori o perché è divertente.
Chiedete sempre al bambino di parlarvi di quel determinato comportamento, fate delle domande semplici, che egli possa comprendere ed ascoltate le risposte, la maggior parte delle volte rimarrete sorpresi perché non vi aspettavate quella risposta!
Solo dopo aver ascoltato le ragioni del gesto da parte del bambino potete spiegargli il perché non doveva farlo, quali sono le conseguenze di quell’azione e successivamente comunicare al bambino qual è il prezzo da pagare per quello che ha fatto!
Per ogni azione che si compie si paga un prezzo, ciò farà sì che il comportamento non si manifesterà più! È questo che fa estinguere il comportamento e non le urla!
Pensate a come un bimbo piccolo possa pagare un prezzo simbolico per quello che ha fatto, per esempio fatevi aiutare a pulire (anche se non ne è capace ancora, fate finta che lo stia facendo!), oppure per quel giorno non si potrà andare al parco, etc.
Naturalmente la “punizione” è simbolica, non bisogna arrivare a punizioni eccessive (salti la merenda, non ti faccio vedere più la tv, etc.), anche perché queste spesso vengono date nel momento della rabbia e successivamente non vengono messe in atto proprio perché sono esagerate! E purtroppo nulla di più sbagliato, perché perderete ogni autorevolezza e ogni credibilità agli occhi del vostro bambino. Una volta un bambino in seduta mi ha detto: “io non ho paura delle punizioni dei miei genitori perché tanto l’ho capito che mi minacciano soltanto ma poi non mi puniscono mai!”.
Ed ora torniamo alla domanda che ci siamo posti all’inizio. Quale parte di me così intima e forse anche inconsapevole il comportamento di mio figlio va a toccare al punto da farmi perdere il lume della ragione e farmi cominciare ad urlare?
A questa domanda non c’è una risposta univoca! Ogni genitore ha la sua storia! Ma è di certo un buon esercizio mentale da fare per cercare di conoscerci sempre un po’ di più e cercare di comprendere quanto di noi stessi sia implicato nel rapporto con i nostri figli!
Autrice: Dott.ssa Roberta La Barbera

Fonte: superkidsout.it

Paidòs Onlus
dalla parte dei bambini, SEMPRE

Con il tuo 5XMille
ASSICURI UN’INFANZIA
SERENA A TANTI BAMBINI
scrivi 030 59 04 07 11
sul tuo 730/CU/UNICO

mercoledì 31 maggio 2017

Adolescenti attratti dai giochi della morte

ADOLESCENTI ATTRATTI DAI GIOCHI 
DELLA MORTE E DAL RISCHIO

Gli adolescenti sono spesso e volentieri attratti dal macabro, dalla morte, dall’occulto, da quel qualcosa che non comprendono, che è più grande di loro. Cercano contenuti violenti, si infilano in rete in gruppi in cui sono trattati argomenti legati alla morte, al suicidio, al satanismo, all’horror, leggono blog con le stesse tematiche, guardano video nudi e crudi e seguono comunità di questo tipo senza avere tante volte gli strumenti psicologici per filtrare ciò che leggono e che vedono e gli strumenti critici per valutare la veridicità dei contenuti che troppe volte prendono per veri.
È la Generazione degli hashtag, come la definisco nel mio libro Generazione Hashtag (Alpes Editore), la generazione di adolescenti che comunica attraverso quel piccolo simbolo che a volte esprime tanta sofferenza e dolore. Un cancelletto che a volte può essere un cancello di accesso a degli spazi del web più oscuri che sarebbe bene rimanessero tali.
Attraverso gli # si può essere adescati con estrema facilità, si possono esprimere le proprie emozioni e stati d’animo e possono essere dei veri e propri segnali di riconoscimento. Ci sono intere comunità di adolescenti autolesionisti che rispondono all’hashtag #cut #selfharm #autolesionismo, altre di suicidio, nascoste dietro l’#sue e oggi ci sono anche gli adolescenti che partecipano ai giochi della morte, che esprimono le intenzioni di partecipare al gioco con specifici hashtag come #bluewhale #f57.

-Non solo Blue Whale, nella rete purtroppo pullulano giochi macabri, gruppi che inneggiano all’autolesionismo e al suicidio, che spiegano come tagliarsi, come farsi del male, come suicidarsi, come nascondere la propria anoressia, altri che gli riempiono la testa di tante belle parole per indurli in una condizione di sottomissione psichica. Ovviamente, per rimanere incastrati in questi gruppi e spazi oscuri del web, ci deve già essere una predisposizione a questo tipo di contenuti, NON BASTA solo la tipica curiosità adolescenziale o la ricerca della sfida e del rischio, caratteristica di questa fase evolutiva.-

Perché piacciono gli horror game?

Gli horror game, i film horror, gli spazi oscuri piacciono perché sono adrenalinici, la vivono come una sfida con se stessi, un affrontare le loro parti più oscure, più nascoste, i propri demoni che in questa fase gli inducono spesso anche a pensieri suicidi e autolesionistici. Diventa in tanti casi un affrontare ciò di cui si ha più paura. Per questo sono attratti dai troppi gruppi in rete che parlano di suicidio, la morte purtroppo è vista anche come un gesto eroico, che non è per tutti, ma solo per i più coraggiosi.
Oggi il suicidio è visto anche come un mezzo di denuncia sociale, di far vedere a tutti cosa hanno subito e vissuto, a tutto quel mondo che li circonda che troppe volte è completamente sordo e cieco e non è in grado di cogliere i loro segnali. Per questo si deve ragionare sul ruolo del suicidio per gli adolescenti e se ne deve assolutamente parlare però lo dovrebbe fare chi è in grado di farlo perché altrimenti si rischia di far passare dei messaggi che non devono passare e che possono creare quello che spesso vediamo in rete ossia l’effetto contagio che induce ad emulare il comportamento degli altri.

La ricerca del rischio e del pericolo

Non ci dimentichiamo che l’adolescenza di per sé è caratterizzata dalla “sensation seeking” ossia la tendenza e la ricerca di emozioni nuove che esprime il bisogno di cercare nuove sensazioni, nuove situazioni emotivamente forti e particolarmente intense, anche al prezzo di mettere a rischio la propria incolumità e quella delle persone che stanno intorno. Spesso si tratta di comportamenti impulsivi, ma la maggior parte delle volte sono condotte studiate in tutte le variabili, volute intenzionalmente e ricercate.
Si ricerca l’eccitazione, l’adrenalina e tutte quelle sensazioni forti che fanno sentire un’attivazione interna, che fanno sentire i ragazzi “vivi”. Il cuore batte forte, un brivido scorre lungo la schiena, le gambe si irrigidiscono e la testa dà solo il segnale del via. In genere queste attività vengono messe in atto in gruppo perché c’è bisogno di rinforzare anche il proprio ruolo sociale, di dimostrare a se stessi e agli altri il proprio valore.

E’ cambiato il contesto: il ruolo della tecnologia

Non ci dimentichiamo che è cambiato anche il contesto in cui vivono gli adolescenti. Siamo nell’era delle sfide estreme che dilagano a macchia d’olio nel web, delle challenge che a suon di # evidenziano chi osa di più, chi riesce ad andare più vicino alla morte, chi si spinge al limite tra vita e la morte, perché quando si arriva così vicini si ricevono tanti like, tante approvazioni, il post diventa virale e condiviso, fino ad arrivare agli horror game che rischiano di far passare il suicidio come un aver compiuto qualcosa di grandioso che gli altri devono vedere, quel qualcosa che gli altri forse non sarebbero riusciti mai a fare. Peccato però che non si torna indietro, che non vedano gli effetti di ciò che hanno fatto, perché tante volte, quando si arriva a farsi del male perché si è incastrati in queste sfide e giochi maledetti, non si ha neanche la reale consapevolezza di ciò che si sta facendo e non si ragiona sulla morte e l’irreversibilità del gesto che si sta mettendo in atto. Si deve portare a termine ciò che si è iniziato, altrimenti agli occhi degli altri e di se stessi si passa per perdenti e per falliti.
Non è il suicidio di chi è consapevole di ciò che sta facendo e mette fine alle sofferenze della sua vita, non è un autolesionismo inteso come far del male intenzionale al proprio corpo perché non si hanno altri strumenti interni per gestire il dolore, la sofferenza, le emozioni negative e si esprime in maniera disadattiva il proprio disagio attraverso gli attacchi rivolti al corpo.

- Se andiamo ad analizzare questi giochi perversi, come il Blue Whale, sono spesso caratterizzati da azioni che sono moralmente discutibili, che li portano a prendere coraggio man mano che si va avanti nel gioco, per questo iniziano tutti con prove più semplici che richiedono un minore impegno psichico. Sono prove che li portano a sentirsi più forti e li spingono ad andare sempre più avanti e a non fermarsi. È come se prendessero fiducia in loro stessi, cambiano man mano il loro ruolo nella vita sociale che nella vita social diventa attivo. Si passa da una condizione di impotenza ad una di potenza, si sperimenta in maniera completamente disadattiva e patologica un senso di autoefficacia che va ad alimentare quel briciolo di autostima con cui vivevano quei ragazzi. Un ragazzo strutturato, con un buon rinforzo familiare e sociale, con un’adeguata autostima non arriva a partecipare a questi giochi, non ha bisogno di questi spazi per cercare se stesso e dimostrare chi è, non è così facilmente manipolabile e adescabile. Dobbiamo smettere di credere alla favola del lupo cattivo vestito da Cappuccetto Rosso di cui tutti possono rimanere vittime. Ci sono dei segnali, ci sono degli indicatori che sono più o meno evidenti ma che loro lanciano e che andrebbero saputi cogliere e soprattutto vedere.-


In questa fase di crescita, non si deve fare l’errore di sottovalutare quanto sia influente l’effetto del mostrare agli altri il proprio successo, dell’essere considerati, riconosciuti e appagati da qualcuno, come può essere un “master” o “curatore” dei un gioco che ti dice quanto sei bravo, che è orgoglioso di te e del tuo coraggio, forse quel bravo che è mancato un po’ troppo nella vita di questi ragazzi che cercano nella rete ciò che non hanno nella vita reale.

Fonte: adolescienza.it

Paidòs Onlus
dalla parte dei bambini, SEMPRE

Con il tuo 5XMille
ASSICURI UN’INFANZIA
SERENA A TANTI BAMBINI
scrivi 030 59 04 07 11
sul tuo 730/CU/UNICO

mercoledì 24 maggio 2017

Perché il teatro fa bene ai bambini

PERCHE' IL TEATRO FA BENE AI BAMBINI

Il Teatro offre un’occasione straordinaria per educare ad un’autentica vita emotiva. Io sono una di quelle persone che vorrebbe il Teatro come materia scolastica al pari di matematica o scienze. Le potenzialità del Teatro infatti sono infinite. Lo penso da pedagogista (e la pedagogia ha studiato molto la valenza del Teatro) che lo applica in molte sessioni di lavoro con bambini e ragazzi, lo penso da attrice amatoriale, lo penso da mamma che ha preso spunto dalle molte attività/gioco del Teatro per stare con il proprio bambino.
Il Teatro aiuta. Vediamolo insieme in particolare cosa fa:
1.      tocca la sfera fisica perché il Teatro è attività fisica, movimento, gioco, stimolazione dei cinque sensi, presa di coscienza della propria postura, dello spazio. Nel teatro si occupa uno spazio. Che è uno spazio fisico, ma è anche uno spazio psicologico, emotivo e relazionale.
2.      tocca la sfera cognitiva perché il Teatro è curiosità, scoperta, esplorazione, ricerca, invenzione e creazione, confronto tra esperienze diverse, elaborazione e ragionamento, deduzione, immaginazione e creatività, gioco, comunicazione (e qui apro una breve parentesi sulla valenza del teatro anche nello sviluppo del linguaggio e in tutte quelle situazioni problematiche come balbuzie, mutismo, insicurezza e via dicendo);
3.      tocca la sfera affettiva perché il teatro è ascolto, comprensione, affetto, fiducia, allegria, relazione e comunicazione, autonomia, espressione e creatività, sicurezza e stabilità;
4.      tocca la sfera sociale perché il teatro può e deve essere per il bambino, contatto con gli altri e relazione, partecipazione, confronto, integrazione, cooperazione, competizione, comunicazione, gioco, rispetto ed accettazione degli altri, rispetto di regole collettive, autonomia, emulazione e soprattutto, educazione.
Da questo breve elenco possiamo capire quanto il Teatro sia un’occasione importante per una crescita armoniosa. Non dobbiamo pensare al Teatro necessariamente come rappresentazione teatrale e pensare “alla recita della scuola” che nulla ha a che vedere con il Teatro. Allontaniamo questo modo di fare teatro. Sbagliato. Inutile. Frustrante. Innanzitutto il Teatro, soprattutto con i bambini, lo devono fare professionisti formatori ed educatori esperti che hanno acquisito metodi e tecniche e soprattutto non hanno l’obiettivo di mettere in scena una rappresentazione basata sulla ripetizione estenuante di frasi. Questo non è Teatro. E di conseguenza non serve a nulla se non a mostrare un prodotto confezionato e servito. Il Teatro è gioco, è vita. E’ divertente, ma anche faticoso.
Vi lascio con un’ultima riflessione. Torniamo alle radici dell’esperienza teatrale. Aristotele,nella sua Poetica, riflette sul significato della tragedia, massima espressione del grande teatro greco, ed afferma che essa produce nello spettatore due fortissime emozioni passioni (in greco c’è una parola sola, “pathos”), cioè lo spavento (“phobos”) e la pietà (“èleos”). Alla fine, però, dallo spettacolo teatrale lo spettatore ricava una purificazione di (o da) queste passioni (kàtharsis tòntoiouton pathemàton). Questa espressione non è di facile interpretazione: potrebbe significare che alla fine lo spettatore si libera da queste passioni, oppure che le può vivere in una forma diversa, purificata. Questa seconda interpretazione è più suggestiva. Se si scava nell’etimo della parola “pathos” si scopre che deriva dalla radice “path” (la stessa del latino “patior”), che significa “subire”, “essere passivi”. La passione/emozione, dunque, è quella condizione interiore che prende l’uomo e lo domina, senza che questo possa in qualche modo controllarla. Vivere in modo purificato la passione significa, però, sottrarsi alla sua signoria assoluta, diventare dunque attivi. È Aristotele stesso ad insegnarci che il pensiero è la più alta forma di attività: dunque la passione purificata è una passione permeata di pensiero, una passione che non è semplice emotività, semplice stato d’animo, ma anche riflessione e consapevolezza. A questo educa il teatro, innanzitutto, sia che lo si pratichi, sia che si assista alla rappresentazione: educa a vivere la passione non come esperienza intessuta di semplici emozioni, ma come dimensione nella quale il conoscere si fa più profondo, le cose assumono un rilievo che di solito sfugge, la condizione umana si presenta nella sua forma essenziale. Acquisire il senso della misura e dell’armonia.

Fonte: giovannagiacomini.wordpress.com

Paidòs Onlus
dalla parte dei bambini, SEMPRE

Con il tuo 5XMille
ASSICURI UN’INFANZIA
SERENA A TANTI BAMBINI
scrivi 030 59 04 07 11
sul tuo 730/CU/UNICO

mercoledì 17 maggio 2017

I biglietti vincenti della lotteria BAMBINI al Centro

Si è conclusa sabato 13 maggio con l’estrazione dei venti biglietti vincenti, la lotteria di beneficenza ‘BAMBINI al Centro’ promossa dalla Paidòs Onlus.
‘’E’ stata una lunga maratona a tratti faticosa ma anche estremamente entusiasmante – ha riferito a caldo Marco Di Sabato Presidente della Paidos Onlus - In questi mesi abbiamo potuto toccare con mano la generosità e la fiducia della gente che ci hanno sostenuto ed incoraggiato nell’andare avanti nella nostra ‘missione’, ed è a loro che voglio rivolgere un immenso GRAZIE, perché acquistando il biglietto della lotteria, hanno contribuito a donare ai bambini della nostra città un Centro Educativo Diurno ‘nuovo’, ancora più bello e ricco di spazi per tante nuove attività.
In questo modo potremo continuare a dare  a tanti bambini la possibilità di studiare, giocare, fare laboratori espressivi ed avere accesso ad attività sportive e culturali, contrastando così la povertà educativa che affligge il nostro territorio, che è più nascosta e meno evidente di quella economica, agisce nel buio e priva molti bambini dell’opportunità di costruirsi un futuro o anche di sognarlo.‘’
‘’Il 15 maggio inoltre - continua Marco Di Sabato-  come promesso, sono già partiti i lavori di ristrutturazione, ma chi vuole può ancora sostenere il Progetto “BAMBINI al Centro”- Progetto di ristrutturazione del Centro Educativo Diurno, effettuando una donazione con bonifico bancario al seguente IBAN: IT 51W 05385 78440 00000 00000 455 causale: ristrutturazione Centro Diurno Murialdo.
Torniamo a mettere i BAMBINI al Centro delle nostre azioni, loro sono il nostro futuro!’’.

E' possibile consultare i biglietti vincenti su www.paidos.it.

 Con il tuo 5 X Mille
ASSICURI UN’INFANZIA
SERENA A TANTI BAMBINI
scrivi 030 59 04 07 11
sul tuo 730/CU/UNICO

Paidòs Onlus, dalla parte dei bambini SEMPRE

martedì 2 maggio 2017

Lettera di un adolescente ai suoi genitori

LETTERA DI UN ADOLESCENTE AI SUOI GENITORI
Perché la vita con gli adolescenti sembra sempre un estenuante tiro alla fune? Possibile che i genitori siano sempre sbagliati ai loro occhi? Questa lettera è stata scritta da Gretchen L Schmelzer, una psicologa e scrittrice statunitense, e dovrebbe essere inserita tra le letture obbligatorie del manuale del genitore dell’adolescente.

Caro Genitore,
Questa è la lettera che vorrei poterti scrivere.
Questo conflitto in cui siamo, ora. Ne ho bisogno. Ho bisogno di questa lotta. Non te lo posso dire perché non ho il lessico per farlo e comunque non avrebbe senso quello che direi. Ma ho bisogno di questa lotta. Disperatamente. Ho bisogno di odiarti ora, e ho bisogno che tu sopravviva a questo odio. Ho bisogno che tu sopravviva al mio odiare te, e al tuo odiare me. Ho bisogno di questo conflitto anche se pure io lo detesto. Non importa neanche su cosa stiamo litigando: l’ora di rientro a casa, i compiti, i panni sporchi, la mia stanza incasinata, uscire, restare a casa, andare via di casa, vivere in famiglia, ragazzo, ragazza, non avere amici, avere cattivi amici. Non importa. Ho bisogno di lottare con te su queste cose e ho bisogno che tu lo faccia con me.
Ho disperatamente bisogno che tu mantenga l’altro capo della corda. Che ti ci aggrappi forte mentre io strattono il capo dalla mia parte, mentre cerco di trovare appigli per vivere questo mondo nuovo cui sento di affacciarmi. Prima sapevo chi fossi io, chi fossi tu, chi fossimo noi. Ma ora, non lo so più. In questo momento sto cercando i miei confini, e a volte riesco a trovarli solo quando tiro questa fune. Quando spingo tutto quello che conoscevo al suo limite. Allora io mi sento di esistere, e per un minuto riesco a respirare. E lo so che ti manca tantissimo il bambino dolce che ero. Lo so, perché manca anche a me quel bambino, e a volte questa nostalgia è quello che rende tutto doloroso per me al momento.
Ho bisogno di questa lotta e ho bisogno di vedere che, non importa quanto tremendi o esagerati i miei sentimenti siano, non distruggeranno me, né te. Ho bisogno che tu mi ami anche quando sono pessimo, anche quando sembra che io non ti ami. Ho bisogno che tu ami te stesso, e me, che tu ci ami entrambi e per conto di tutti e due. Lo so che fa male essere antipatici, avere etichette di quello marcio. Anche io provo la stessa cosa dentro, ma ho bisogno che tu lo tolleri, e che ti faccia aiutare da altri adulti per farlo. Perché io non posso in questo momento. Se vuoi stare insieme ai tuoi amici adulti e fare un “gruppo-di-mutuo-supporto-per-sopravvivere-al-tuo-adolescente”, fa’ pure. O parlare di me alle mie spalle, non ho problemi. Basta che non rinunci a me, che non rinunci a questo conflitto. Ne ho bisogno.
Questo è il conflitto che mi insegnerà che la mia ombra non è più grande della mia luce. Questo è il conflitto che mi insegnerà che i sentimenti negativi non significano la fine di una relazione. Questo è il conflitto che mi insegnerà come ascoltare me stesso, anche quando sono una delusione per gli altri.
E questo conflitto particolare, finirà. Come ogni tempesta, sarà spazzata via. E io dimenticherò, e tu dimenticherai. E poi tornerà da capo. E io avrò bisogno che tu regga la corda di nuovo. Di nuovo e di nuovo, per anni.
Lo so che non c’è nulla di intrinsecamente soddisfacente in questa situazione per te. Lo so che probabilmente non ti ringrazierò mai per questo, o neanche te ne darò credito. Anzi probabilmente ti criticherò per tutto questo duro lavoro. Sembrerà che niente che tu faccia sia mai abbastanza. Eppure, io faccio affidamento interamente sulla tua capacità di restare in questo conflitto. Non importa quanto io polemizzi, non importa quanto io mi lamenti. Non importa quanto mi chiuda in silenzio.
Per favore, resta dall’altro capo della fune. E lo so che stai facendo il lavoro più importante che qualcuno possa mai fare per me in questo momento.
Con amore, il tuo teenager.
Fonte: genitori crescono.com
Paidòs Onlus
dalla parte dei bambini, SEMPRE

Con il tuo 5 X Mille
ASSICURI UN’INFANZIA
SERENA A TANTI BAMBINI
scrivi 030 59 04 07 11
sul tuo 730/CU/UNICO