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mercoledì 12 aprile 2017

L'importanza del gioco per i bambini

L'IMPORTANZA DEL GIOCO PER I BAMBINI

Il gioco è un momento fondamentale per lo sviluppo psicofisico del bambino. Qualche consiglio per i genitori che vogliono rendere il momento ludico positivo e formativo


Citare il rapporto tra bambini e gioco significa chiamare in causa un aspetto fondamentale per lo sviluppo psicofisico. Fin dai primi mesi di vita il gioco rappresenta un mezzo essenziale per il bambino che punta a conoscere il mondo e che lo fa appunto in maniera squisitamente ludica, anche solo giocando con i capelli della madre o di chi lo tiene abitualmente in braccio.

Compito del genitore in queste fasi è assecondare l’approccio ludico, cercando di condividere i piccoli momenti di gioco quotidiano. Un esempio tipico è quello del bambino a cui vengono proposti dei giochi sospesi sul lettino e che si diverte quando si trova davanti agli effetti visivi e sonori. In questi casi è consigliabile che il genitore assecondi le prime risate del bambino, rendendo il momento ludico positivo e formativo.

Man mano che passano gli anni cambia chiaramente il modo in cui il bambino gioca ed è necessario che i genitori imparino a gestire questa evoluzione.
Verso i 4/5 anni è nodale avviarlo al gioco autonomo, attraverso soluzioni pratiche che stimolino la sua creatività. Non è necessario mettere da parte i videogiochi, a patto che siano educativi, non violenti e che mettano in primo piano delle situazioni quotidiane positive, dei modelli utili ai quali ispirarsi.

In queste situazioni, durante le quali è necessario aiutare il bambino a sviluppare le capacità di simbolizzazione utili a capire la differenza tra gioco e realtà, il ruolo del genitore è di monitoraggio. Fondamentale è non perdere il controllo di quello che fa il bambino, ma è altrettanto importante non intervenire sempre quando lo si vede in difficoltà, in modo da aiutarlo a sviluppare autonomia e attitudine al problem solving.

In questa fase prescolare viene a galla un altro nodo essenziale per la crescita dei bambini e per il loro rapporto con il gioco. Di cosa si tratta? Della scelta delle attività extracurriculari, scelta che preoccupa molti genitori fin dall’ultimo anno della scuola dell’infanzia.

Tra i consigli che tendo a dare c’è il fatto di non esagerare, il bambino deve avere anche degli spazi di vuoto, di noia in certi casi, così da riuscire, tramite la propria fantasia e creatività, a trovare delle soluzioni per sopperire a questi momenti.

‘Giocare è un cosa seria’

Questa frase del grande Bruno Munari dovrebbe essere ricordata da tutti i genitori, perché riassume perfettamente il valore del gioco come veicolo formativo straordinario, il primo che consente al bimbo di conoscere il mondo e l’unicità del suo essere.

Autrice:Dott.ssa Miolì Chiung

Fonte: blog.marshmallow-games.com

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mercoledì 5 aprile 2017

Alle neomamme date un kit pedagogico, non le cremine: tante patologie sparirebbero

ALLE NEOMAMME DATE UN KIT PEDAGOGICO, NON LE CREMINE

In pochi anni c'è stato un vero e proprio boom di diagnosi di disturbi comportamentali e cognitivi per i bambini. Molti problemi nascono in realtà da scelte educative sbagliate e anche la cura dovrebbe ripartire proprio dal riscoprire i basilari educativi. Intervista con il pedagogista Daniele Novara

«I bravi bambini rompono sempre le scatole»: Daniele Novara, pedagogista e fondatore del Centro PsicoPedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti, parte così per spiegare le ragioni del convegno nazionale che sta organizzando per il prossimo 8 aprile. Si intitola “Curare con l'educazione. Come evitare l'eccesso di medicalizzazione nella crescita emotiva e cognitiva” e si terrà a Milano. Contro la crescita esponenziale di diagnosi psichiatriche e certificazioni di disturbi di vario genere per bambini, Novara ribadisce che «i bambini devono poter fare i bambini, la realtà del loro mondo è fatta di pensiero magico, libertà, movimento, natura, stare con animali, scherzare, dire bugie… tutte cose che gli adulti non sopportano più. Ma il bambino è questo, è la diversità per antonomasia, è ontologicamente diverso dall’adulto e questa diversità non è solo il bello del bambino ma è ciò che gli consente di imparare e crescere. Se gli togliamo la diversità, il bambino non riuscirà più a imparare, il bambino impara perché è plastico, perché vede le cose in maniera diversa da noi». Ovvero non tutto ciò che “disturba” è patologico e non tutti i problemi che un bambino presenta devono essere tradotti e affrontati in chiave medica: molto potrebbe fare la pedagogia, cioè l’educazione. Solo che nessuno – né i genitori né gli insegnanti – di pedagogia sa più nulla, abbandonati a loro stessi, ai siti, ai blog, ai sentimenti.

Partiamo dall’inizio. È un fatto che negli ultimi anno ci sia un’impennata di diagnosi di disturbi specifici dell’apprendimento, ma come possiamo leggerlo e spiegarlo?
In una manciata di anni nella scuola sono triplicati i bambini con una diagnosi di DSA (disturbi specifici dell’apprendimento), raddoppiati quelli con una certificazione di disabilità ex lege 104 e dilagati i BES (bisogni educativi speciali). In pratica oggi un bambino su quattro, alle elementari, ha una qualche forma di diagnosi. È una situazione inedita a livello storico. Molto hanno giocato le leggi recenti, quella per la dislessia e per i BES e anche gli screening nelle scuole per cercare a tutti i costi delle malattie psichiatriche nei bambini.

Non è un segno positivo di attenzione? Di una consapevolezza che anni fa non c’era?
Direi che questo fenomeno è legato più a un aumento dell’offerta che a un aumento della domanda. No, ci occuperemo delle malattie dei bambini quando emergeranno, così invece creiamo solo panico. Io contesto semplicemente il fatto che oggi quando c’è un problema con un bambino, a scuola o a casa, subito lo si invii a un neuropsichiatra, medicalizzando, senza step intermedi. La medicalizzazione è la sola strada e la sola risposta. Un bambino disturbatore invece può essere semplicemente un bambino vivace, immaturo, distratto, un bambino che fa il bambino, oppure un bambino i cui genitori non hanno rispettato i basilari educativi. Faccio esempi banali: se un bambino dorme 8 ore anziché 10, è chiaro che manifesterà dei problemi e che i suoi livelli attentivi saranno bassissimi, soprattutto se deve restare a scuola otto ore. E se uno guada la tv tre ore al giorno avrà un sistema mentale fortemente condizionato da questo, sarà privo delle necessarie esperienze motorie e sensoriali, di questo le maestre si accorgeranno. Ma è inutile fare una terapia, prima bisogna aggiustare i basilari educativi: se il bambino non dorme, prima bisogna restituirgli quell’insieme di regole di vita adatte al suo sviluppo. O quantomeno bisogna fare gioco squadra, non escludendo l’educazione dal recupero, come invece si fa oggi. È indebito entrare subito nell’ottica della malattia, senza percorrere altre strade, anzi è assurdo. Dobbiamo occuparci degli errori dei genitori e degli insegnanti, non degli errori dei bambini.

Quindi significa innanzitutto che ci sono delle malattie che derivano dall'educazione che diamo ai bambini?
Ho iniziato a parlare di malattie dell’educazione dieci anni fa e devo dire che sulle prime il concetto non è stato capito né preso in considerazione. Ma il boom di diagnosi che abbiamo visto in questi ultimi anni conferma quello che avevo immaginato, ovvero che i bambini avrebbero pagato le conseguenze della mancanza di riferimenti educativi e pedagogici. Se i basilari dell’educazione non vengono rispettati, si mettono i bambini nei guai. Una lente con cui si può leggere questa situazione infatti è la scomparsa della pedagogia in Italia: le facoltà di pedagogia sono state chiuse nel 1991 e oggi a scienze dell’educazione paradossalmente ci si può laureare senza aver fatto nemmeno un esame di pedagogia. C’è la didattica, certo, ma quella è una disciplina operativa, è come un chirurgo che non conosce la medicina. La scuola non ha più punti di riferimento pedagogici, 25 anni fa tutti gli insegnanti erano abbonati a una rivista pedagogica, oggi no, i maestri non hanno riferimenti pedagogici perché la pedagogia è stata eliminata dalla loro formazione, gli unici riferimenti esistenti sono sanitari. Non ne faccio una colpa a loro, il problema è che non c’è nessuno strumento alternativo, la scuola oggi medicalizza perché quello è l’unico binario percorribile, l’unico riferimento esistente.

Quali sono gli errori più frequenti che facciamo in campo educativo in questo senso, anche come genitori?
Mettere regole senza condividerle fra genitori: nel lettone sì/no, tv a cena sì/no, videogiochi sì/no. È un errore tragico, perché il bambino perde i riferimenti e diventa un tiranno, a scuola non avrà il senso dell’autorità e sarà oppositivo e disturbante. Il sonno che dicevo prima. L’eccesso di tv e videoschermi a scapito del pensiero magico, del movimento, della natura, delle esperienze sensoriali, il dramma dei videogiochi: la neurologa Frances E. Jensen sostiene che ci sia una riduzione della materia grigia e bianca del 20%.

Che alternativa ci può essere alla medicalizzazione? In che senso si può curare con l’educazione?
Curare con l’educazione significa ricondurre bambini e ragazzi all’interno di buoni comportamenti educativi, dove le loro fasi di sviluppo vengano rispettate, in cui loro possono fare i bambini senza venire colpevolizzati per la loro ontologica diversità dal mondo degli adulti e dalle aspettative che essi hanno. Dobbiamo fare quello che non stiamo facendo, aiutare i genitori – oggi sono loro l’anello più debole – a fare i genitori e ricordarsi che il loro compito principale è quello educativo. L’orientamento prevalente invece dinanzi a un bambino problematico è colpevolizzare il bambino e trasformarlo in un paziente psichiatrico.

Quali strumenti possiamo offrire per aiutare i genitori?
Intanto nessun ritorno, nessuna nostalgia, perché il genitore educatore non è mai esistito. Esisteva però un sistema dove l’adulto faceva l’adulto e il bambino faceva il bambino. Serve dare consapevolezza: bisogna dire ai genitori che ogni giorno è fatto di decisioni educative che si ripercuotono sul figlio e che la cosa più importante per dei genitori non è parlare con i figli ma il prendere decisioni educative, i due genitori insieme. Tenere un bambino di 4 anni nel lettone non è una banalità, è una decisione educativa e la scelta che fai si ripercuote sulla vita di tuo figlio. Mi piacerebbe ad esempio in ospedale alle neomamme si desse un kit pedagogico, non un set di cremine, perché la vita non è fatta di cremine: con un ospedale ci stiamo lavorando, le idee ci sono ma ci vorrebbero le risorse, le scuole genitori ad esempio sono totalmente autofinanziate, mentre questo è un compito della collettività. Sul versante educativo non c’è offerta, c’è il deserto. I genitori sono la più grande risorsa che abbiamo, devono essere aiutati con buone informazioni, non lasciati sprofondare nei blog: il problema non è il fai-da-te, ma che un genitore così fa del male a suo figlio.

Autrice: Sara De Carli 

Fonte: vita.it

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mercoledì 29 marzo 2017

ADHD: le 5 strategie da adottare in classe

ADHD: LE 5 STRATEGIE DA ADOTTARE IN CLASSE

Alcuni consigli per l'insegnante (o educatore) per la gestione in classe di un alunno con ADHD. Quale atteggiamento assumere e come organizzare il tempo scuola con il bambino.

In questo breve articolo, cercheremo di fornire semplici ed immediate regole da seguire, quando in classe ci si ritrova a dover gestire un bambino con ADHD Attention-Deficit/Hyperactivity-Disorder” (diagnosi di Iperattività e Disturbo Attentivo).
Innanzitutto, affinchè le buone pratiche risultino utili ed efficienti, per prima cosa c’è bisogno che venga coinvolto nel lavoro con l’alunno, tutto il team di docenti. Dovrebbe essere scontato, ma non è detto che sia sempre tenuto a mente: più gli insegnanti collaborano insieme, verso gli stessi obiettivi, e più facilmente questi ultimi verranno soddisfatti.
In seconda analisi bisogna tener presente che il disturbo del quale questi bambini soffrono, può essere accentuato o addirittura ridotto, in base all’atteggiamento che assumiamo nei loro confronti quotidianamente. Ogni nostra azione avrà un impatto decisivo sul modo di comportarsi del bambino con ADHD, in aula e al di fuori di essa. Tutti i bambini hanno bisogno di avere una tabella di marcia utile a districarsi all’interno dell’ambiente scolastico, fatta di orari cadenzati, materie e suoni di campanelle.
La terza strategia da tener presente è quella di organizzare al meglio il suo tempo e le routine (ad esempio per affrontare ogni cambio materia, le pause tra ogni compito,…); più routine si realizzano e meno instabile sarà il comportamento del bambino durante il tempo a scuola.
Quarto aspetto fondamentale da tener presente, è la stesura (meglio se discussa e concordata con l’alunno) di una serie di regole da dover ottemperare. Naturalmente devono avere le seguenti caratteristiche: devono essere poche, semplici e chiare. Insieme si contratteranno anche le conseguenze di un’eventuale infrazione, ad esempio l’interruzione di un’attività particolarmente piacevole per il bambino (questo è possibile dai 7-8 anni in poi).
Infine, quinta strategia da adottare è quella di far sentire il bambino sempre accettato e compreso, in ogni suo atteggiamento e reazione. Deve sapere che ha davanti un adulto che capisce ogni suo stato d’animo, che si pone a lui come figura d’aiuto. Intercettare ogni suo disagio ed imparare, insieme a lui, a gestire i momenti di difficoltà, ci aiuteranno a gestire la situazione in modo più sereno e disteso.

Fonte: news.fidelityhouse.eu

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mercoledì 22 marzo 2017

Alfabetizzazione emotiva: insegnare ai bambini l’ABC delle emozioni

ALFABETIZZAZIONE EMOTIVA: INSEGNIAMO AI BAMBINI 

L'ABC DELLE EMOZIONI


Non è un concetto semplice, soprattutto quando si parla di bambini. Non molto tempo per “saggezza popolare” consideravamo i bimbi come esserini informi quasi come se non potessero sentire o pensare prima di imparare a parlare (intorno più o meno ai due anni).
Ancora oggi se provate a chiedere a qualche neomamma del suo bambino, “Com’è Luca?”, “Che fa Francesca?”, gli aggettivi che vanno per la maggiore saranno: “Guarda è un/una mangione/a, un/una cacone/a e un/una dormiglione/a”.
Scherzi a parte l’idea che un bambino di sei mesi potesse sentire paura o rabbia, non meno che tristezza e dolore, fino a qualche tempo fa era considerata assurda. Grazie ad un boom di ricerche sulla prima infanzia negli ultimi 40 anni, ora sappiamo che in realtà neonati e bambini piccoli sono esserini profondamente sensibili.
A partire dai primi mesi di vita, ben prima che possano usare le parole per esprimersi, i bambini hanno la capacità di sperimentare picchi di gioia, eccitazione ed euforia. Possono anche provare paura, dolore, tristezza, disperazione e rabbia.

Riuscite ad immaginare? Alcuni no, anche perché a volte noi adulti troviamo difficilissimo credere, o accettare, che bambini molto piccoli possano sperimentare un varietà di emozioni così intensa e variegata.

Pensate alle vostre nonne e alle tecniche che utilizzavano per calmare il pianto. Non so a voi ma la mia, non immaginava per niente che potessi sperimentare tutte queste emozioni da piccolino e di conseguenza, per la veemenza utilizzata nella tecnica del saltello quando mi sentiva piangere, l’ho nominata successivamente la nonna Tagadà (per chi non conosce questo attrezzo, nei luna park è quella giostrina che ti sballottola a destra, sinistra, sopra e sotto facendoti perdere completamente l’orientamento).
Accanto alla ricerca che si è occupata di individuare il mondo emotivo dei bambini, una grossa fetta di studi ha dimostrato come i bambini imparino a gestire in modo efficace le loro emozioni (abilità nota col termine di auto-regolazione emotiva) e come sia possibile aiutarli a sviluppare questa abilità in modo appropriato.

Un primo passo per aiutare il bambino a comprendere e gestire i propri sentimenti è imparare, noi adulti per primi, a non aver paura delle emozioni.

 

Alfabetizzazione emotiva

Le emozioni non sono giuste o sbagliate, semplicemente sono emozioni.
La tristezza e la gioia, la rabbia e l’amore, possono coesistere e sono tutte parti della collezione di esperienze emotive dei bambini. Quando aiuti il tuo bambino a capire le sue emozioni, gli stai fornendo gli strumenti utili a gestirle in maniera efficace.
Uno dei principali ostacoli che mi capita di vedere spesso nel lavoro con i genitori, è il comportarsi ipotizzando che per avere un bambino felice sia necessario che lui sia felice sempre, per tutto il tempo. Farsi i muscoli attraverso le esperienze difficili, affrontare i problemi, affrontare la tristezza e il dolore permette al bambino di aumentare forza e resilienza, caratteristiche necessarie che portano i bambini a percepire un senso di benessere e di felicità.
Ovviamente il processo di alfabetizzazione emotiva è molto complesso e coinvolge, nel tempo diversi attori (quali la famiglia, la scuola, il gruppo dei pari ecc).

 

Ma cosa possono fare i genitori?

 

A partire dai primi mesi, entrare in sintonia con i segnali dei bambini, i loro suoni, le loro espressioni facciali e i gesti.
Rispondendo con sensibilità, permettiamo ai bambini di sapere che i loro sentimenti sono riconosciuti e che sono importanti per noi.
Questo potrebbe significare ad esempio: fermare il gioco del solletico con un bambino di quattro mesi quando lui inarca la schiena e guarda lontano, segnalando che ha bisogno di una pausa; portare un piccolino di nove mesi alla finestra per dire ciao alla mamma quando è triste nel vederla andare via a lavoro.

Nominare e aiutare i bambini a fronteggiare le loro emozioni e sentimenti

In psicologia per sentimenti intendiamo uno stato d’animo, ovvero una condizione cognitivo-affettiva che dura più a lungo delle emozioni, ciò che resta delle emozioni).
Le emozioni come la rabbia, la tristezza, la frustrazione e la delusione possono essere travolgenti per i bambini.
Imparare a nominare questi sentimenti è il primo passo per aiutare i bambini ad imparare a identificarli e nello stesso tempo gli insegna che questi sentimenti sono normali.
Alcuni esempi: riconoscere la rabbia di una bimba di 18 mesi dovuta al dover lasciare il parco giochi; riconoscere la frustrazione di un bimbo di due anni di fronte alla sua torre, formata da costruzioni, che cade continuamente più volte; empatizzare con la tristezza di una bambina di tre anni che vede i suoi nonni andar via dopo una lunga visita.

Non temere le emozioni

Le emozioni non sono il problema. E ‘quello che facciamo, o non facciamo con loro che può essere problematico. Ascoltate con apertura e calma il vostro bambino quando condivide con voi sensazioni complicate.
Quando chiedete al bimbo informazioni circa i suoi sentimenti e il riconoscerli, state inviando il messaggio le emozioni sono importanti ed hanno valore per voi. Riconoscere e nominare sentimenti è il primo passo per imparare a gestirle in maniera salutare e accettabile nel tempo.

Evitare di minimizzare o di allontanare i bambini dai loro sentimenti

Questa è una reazione naturale, noi vogliamo solo che i cattivi sentimenti vadano via (ricordate la nonna tagada). “Non essere triste Vincenzo (nel frattempo mi sballottolava mentre piangevo). Uh guarda lì (indicando un oggetto di cui non mi importava minimamente)?”. Le emozioni, le sensazioni che portano non vanno via; devono essere espresse in un modo o nell’altro.
Riconoscere le emozioni forti in un bambino crea un ponte che lo aiuterà a imparare come reagire ad esse (e regolarle). “Oh sei triste perché Mario deve andare via. Tu adori giocare con lui. Dai andiamo alla finestra per salutarlo e facciamo un piano per rivederlo presto.”

Quando i sentimenti sono ridotti al minimo o ignorati spesso si esprimono attraverso le parole e/o le azioni aggressive o, svoltando verso l’interno, alla fine possono rendere i bambini ansiosi o depressi .

Insegnare strumenti di coping

Se una bimba di 18 mesi è arrabbiata perché la ricreazione è finita, insegnale a battere i piedi più forte che può o a disegnare la rabbia con un pennarello rosso.
Per aiutare un bambino di due anni che si sente frustrato perché non riesce a prendere una palla da un cesto, pensate insieme ad altri modi per risolvere il problema.
Prendete un bimbo di tre anni che ha paura di iniziare la nuova scuola e accompagnatelo a visitare la sua classe e a conoscere gli insegnanti in anticipo, fatelo giocare nella stanza dei giochi in modo fa trasformare ciò che non è familiare in qualcosa di familiare.

Consigli pratici per i genitori

Le reazioni emotive dei nostri figli innescano le “nostre” reazioni emotive e questo può portarci ad agire in maniera istintiva sentendo la necessità di “salvare” o “correggere” ciò che sta causando disagio nel nostro bimbo.
Il primo consiglio è quello di imparare a gestire le nostre emozioni per evitare di reagire in maniera istintiva perdendo così l’occasione di aiutare i nostri bambini.
Il secondo è di vivere queste esperienze come momenti di insegnamento utili al bambino per imparare a nominare e gestire le emozioni, positive e negative, che aggiungono profondità e colori alla nostra vita.
Mostra a tuo figlio che avere una vita ricca e piena significa sperimentare sia gli alti che i bassi. I sentimenti non sono “buoni” o “cattivi” – semplicemente sono.
Sei la guida del tuo bambino. Insegnagli a condividere le gioie e a fronteggiare le sfide.
Ah, dimenticavo. Si comincia dal giorno 1. 

Autore:  Vincenzo Capuano
Fonte: psicoadvisor.com

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mercoledì 15 marzo 2017

Bambini intelligenti? Non usano il tablet ma si sporcano nel fango e si arrampicano sugli alberi

BAMBINI INTELLIGENTI? NON USANO IL TABLET MA SI SPORCANO NEL FANGO E SI ARRAMPICANO SUGLI ALBERI

Secondo una ricerca condotta di recente, è emerso che un bambino su dieci oltre ad ignorare i comunissimi giochi come un-due-tre stella, campana, palla avvelenata, non sa andare in bici e non si è mai arrampicato su di un albero.
Tantissimi bambini passano, piuttosto, interi pomeriggi in casa, davanti al computer o alla televisione, perdendo tutta una serie di esperienze all'aperto estremamente importanti per la loro crescita. Nello specifico, la ricerca si è concentrata sulle abitudini di 12.000 famiglie con bambini di età compresa tra i 5 e i 12 anni; in più di dieci paesi è risultato che i bambini giocano all'aria aperta in media 30 minuti al giorno.
Negli Stati Uniti quasi il 50% dei bambini in età prescolare esce a giocare fuori casa solo alcuni giorni a settimana. Non cambia di molto la situazione sposandosi nel Regno Unito: il 20% dei bambini non ha mai provato ad arrampicarsi su un albero e il 64% gioca all’aperto anche meno di una volta alla settimana.
Secondo quanto messo in luce, non esiste alcuna correlazione tra il tempo trascorso a giocare all’aperto, il reddito delle famiglie o la percezione del livello di sicurezza del vicinato. È una tendenza generale che esula dallo status socio-economico: sostanzialmente, i genitori non vogliono che i propri figli si sporchino nel fango, giochino da soli con altri bimbi o si arrampichino sugli alberi.
I bambini di oggi, diversamente dai bambini di un tempo, da adulti, sicuramente, non avranno ricordi d’infanzia legati al divertimento e giochi all’aria aperta.
Allo stato attuale, soltanto il 21% dei bambini gioca all’aria aperta tutti i giorni, nonostante al 71% dei loro genitori veniva concesso.
Purtroppo, questa privazione è realmente penalizzante per i bambini. Giocare all’aperto con altri coetanei, sporcarsi di terra e fango, sono attività che, oltre a rendere i bambini più felici e attivi, hanno una positiva incidenza sulla loro salute e sul loro sviluppo fisico-emotivo.
La sedentarietà dei bambini non è una loro scelta. In moltissimi casi, si tratta di genitori stanchi di mille altre attività che, per pigrizia, preferiscono restare in casa con i loro figli per occuparsi della gestione della casa e della vita familiare in generale.
I bambini, piuttosto, devono essere spronati, quanto più possibile, a vivere e a giocare a contatto con la natura e con i coetanei, devono poter esplorare e sperimentare nuove attività.
La sicurezza, la salute, la pulizia sono soltanto scuse dei genitori per evitare ai bambini di fare particolari attività. Se i vestiti si sporcano…a casa si lavano! Il giusto compromesso è sorvegliarli, lasciandoli liberi di fare nuove esperienze.

Fonte: liberanotizia.com

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mercoledì 8 marzo 2017

Le emozioni che nascondono 'i bambini difficili'

LE EMOZIONI CHE NASCONDONO 
'I BAMBINI DIFFICILI'

Dietro ogni bambino difficile si cela un forte disordine emotivo che, la gran parte di volte, si manifesta con rabbia e disobbedienza che per genitori e insegnanti sono difficili da affrontare. 
Può succedere che mamma e papà, confusi dall’atteggiamento del bambino difficile, possano alzare la voce o cadere nella tentazione di assegnare castighi al piccolo. In queste circostanze, castighi e litigi non fanno altro che rendere più intense le emozioni negative del bambino. Punizioni e ramanzine possono ledere l’autostima del bambino difficile  e addirittura innescare un senso di frustrazione che con il passar del tempo potrebbe cronicizzarsi.
Ogni bambino si porta dietro il suo bagaglio emotivo, fin dalla nascita, anche se non ha molte esperienze di vita dirette, ha riempito il suo bagaglio con le impressioni di chi lo circonda. Un gioco di impressioni molto complesso, impossibile da decodificare ma la realtà è una: alcuni bambini necessitano di attenzioni più di altri e guai a negare attenzioni a un bambino bisognoso!

 

Il bambino difficile: il bambino che ha più bisogno

Un bambino difficile non conosce la sensazione di stare bene con se stessi e non va affatto ignorato. Allora come bisogna comportarsi con un bambino difficile?
Innanzitutto bisogno riconoscere di avere un figlio che ha maggiori esigenze. Parliamo di bambini che piangano spesso, dormono meno del previsto, hanno reazioni esagerate agli eventi e possono passare dalla gioia (risate) al dolore (pianto) nel giro di pochi minuti. Questi bambini non sono “cattivi” e non vanno “strillati”, anzi, hanno bisogno di più sicurezze e di maggior sostegno.
Il mondo emotivo di un bambino difficile è ricco di emozioni quali paura, tristezza, solitudine, angoscia, rabbia e gelosia, emozioni codificate con atteggiamenti capricciosi e/o scatti d’ira.
E’ necessario canalizzare queste emozioni in atteggiamenti positivi e qui il genitore deve rassicurare il bambino in modo permanente: il bambino deve diventare autonomo così da smettere di cercare continue attenzioni.
Un bambino autonomo è ubbidiente, capace di fare richieste ai genitori senza rifugiarsi nel pianto o nascondersi dietro la rabbia.


Educare un bambino difficile

Far rispettare le regole a un bambino difficile è un compito arduo e faticoso, tuttavia le regole servono nella vita dei bambini ed è compito del genitore educare al benessere e alla comprensione emotiva.

Dobbiamo capire che i bambini ci guardano e imparano da noi che è bello diventare grandi. Ecco perché da sole le regole non bastano. Ecco qualche consiglio su come educare un bambino difficile.

 

Il potere del rinforzo positivo

Il rinforzo positivo è una strategia educativa che consiste nell’abbracciare un bambino quando fa qualcosa di sbagliato. In genere, quando un bambino fa qualcosa che non dovrebbe, il genitore ricorre a punizioni e sgrida il piccolo ma questi atteggiamenti innescano reazioni ancor più negative nei bambini.

Il rinforzo positivo si base sul dialogo con l’infante: avvicinatevi al piccolo e chiedetegli spiegazioni, usate un tono calmo ma molto determinato. Con altrettanta calma e determinazione dovrete spiegare al bambino perché ha sbagliato e mostrargli il modo corretto di agire. Con una punizione il bambino finirà per credere che lui è sbagliato senza capire il vero messaggio, cioè che il suo atteggiamento è stato sbagliato.
I bambini tendono a generalizzare, così ogni ramanzina è un affondo ancora più profondo nell’autostima in via di formazione del bambino: il bambino recepisce che la sua persona è sbagliata perché non arriva a scindere il giudizio che un genitore può avere su un singolo atteggiamento, dal giudizio che il genitore ha sull’intera sua persona.

 

Educare il bambino all’autonomia e alla felicità

Esistono molti libri e ricerche incentrate sulla giusta educazione da impartire ai bambini e non posso che consigliarvi il testo: “Le regole non bastano. Come educare i nostri bambini all’obbedienza, all’autonomia e alla felicità“.
Il libro è molto completo, pratico e chiaro, in primis vi spiegherà perché tanti bambini fanno fatica ad obbedire e perché tanti di noi faticano a insegnare e ottenere obbedienza e rispetto. Il libro è consigliatissimo perché spiega come possiamo concretamente ed efficacemente insegnare ai bambini le “giuste regole” e motivarli al benessere emotivo. In questo libro l’autore risponde a tante domande e accompagna il lettore, passo dopo passo, a scoprire il mondo dell’infanzia e insegna a condurre i bambini sulla strada dell’autonomia e felicità.

 

Il circolo vizioso della Fiducia

Il bambino ha bisogno di sicurezza, deve poter credere nel genitore e deve sapere che il genitore crede in lui. Questo è il circolo vizioso della fiducia che va alimentato quotidianamente.
Il bambino deve capire che esistono dei limiti da non oltrepassare e dei compiti da svolgere: gli adulti hanno compiti da svolgere proprio come i bambini. Ecco perché in premessa vi ho detto che i bambini ci osservano e imparano da noi che è bello diventare grandi! 
Impartire dei compiti e dare fiducia ai bambini, significa fargli capire che sono capaci di fare molte cose, significa incoraggiarli all’autostima e autonomia.

 

Educare all’intelligenza emotiva

Come ti senti? Cosa provi? Sono domande importanti da fare a un bambino. I bambini spesso finiscono per confondere le emozioni senza riuscire a capire l’origine di ciò che provano. Educare all’intelligenza emotiva significa coltivare autoconsapevolezza. In questo modo, i bambini potranno sfruttare il cosiddetto sfogo emotivo ma attenzione, lo faranno solo se non si sentiranno giudicati!

Fonte: psicoadvisor.com

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mercoledì 1 marzo 2017

L’importanza della lettura nei neonati e nell’infanzia

L'IMPORTANZA DELLA LETTURA 
NEI NEONATI E NELL'INFANZIA

Alle mamme e ai papà: leggere quotidianamente farà sì che il vostro bambino abbia un ricco vocabolario, parli meglio e inizi ad innamorarsi della lettura


L’importanza della lettura è capitale, sin dalla primissima età, sin da quando si ha fra le braccia un neonato: leggere è decisivo nella formazione dei vostri bambini, fondamentale dalla nascita fino ad arrivare all’infanzia e poi oltre. Perché leggere ad alta voce ai figli, quotidianamente, in primis rafforzerà la relazione adulto-bambino, quindi abitua all’ascolto, dilata i tempi della loro capacità d’attenzione, arricchisce il vocabolario, li aiuterà a parlare meglio e soprattutto li farà innamorare della lettura.
Il più grande dono è una passione per la lettura. E’ economica, consola, distrae, entusiasma, fornisce la conoscenza del mondo e un’esperienza di vasto genere.

Quante volte di sera, dopo il lavoro, vi siete accorti che il vostro bambino desidera soltanto una cosa, ossia passare del tempo con voi? Condividere i momenti con i piccoli è fondamentale, e la lettura è un’attività semplice e perfetta per questo scopo: basterà un libriccino, una storia, da leggere e raccontare, per scambiarvi occhiate complici e interessate con il bambino. In particolare ricordate che anche il bambino si stanca durante la giornata: sentire la vostra voce lo aiuterà a rilassarsi prima di dormire.
Restano poi alcune semplici regole da rispettare: come per esempio trovare una sistemazione dove sia mamma (o papà) e bambino siano comodi, spegnere musica o televisione, mostrare con chiarezza le immagini del libro al piccolo e magari, quando è un po’ più grandicello, far girare a lui o a lei le pagine. E poi ci si può sbizzarrire creando voci differenti in base ai personaggi, facendo domande al bimbo e ascoltando le sue. E avete mai pensato a portarlo in biblioteca? Scommettiamo che rimarrà ammaliato dalla mole di libri adatti a lui che troverete.
Fonte: bambino.today


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