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mercoledì 22 febbraio 2017

Lettera ad un figlio: la poesia ‘Se’ di Kipling

LETTERA AD UN FIGLIO: LA POESIA 'SE' DI KIPLING

'Se' è il titolo di una bellissima poesia di Joseph Rudyard Kipling, scritta nel 1895 e dedicata al figlio. La poesia, che in inglese si chiama If, è nel capitolo 'Brother Square Toes' del libro Rewards and Fairies.


SE

Se riesci a conservare il controllo quando tutti
Intorno a te lo perdono e te ne fanno una colpa;
Se riesci ad avere fiducia in te quando tutti
Ne dubitano, ma anche a tener conto del dubbio; 
Se riesci ad aspettare e a non stancarti di aspettare,
O se mentono a tuo riguardo, a non ricambiare in menzogne, 
O se ti odiano, a non lasciarti prendere dall'odio, 
e tuttavia a non sembrare troppo buono e a non parlare troppo saggio:

Se riesci a sognare e a non fare del sogno il tuo padrone;
Se riesci a pensare e a non fare del pensiero il tuo scopo;
Se riesci a far fronte al Trionfo e alla Rovina
e trattare allo stesso modo quei due impostori; 
Se riesci a sopportare di udire la verità che hai detto
Distorta da furfanti per abbindolare gli sciocchi,
O a contemplare le cose cui hai dedicato la vita infrante,
E piegarti a ricostruirle con arnesi logori.

Se riesci a fare un mucchio di tutte le tue vincite
E rischiarle in un colpo solo a testa e croce,
E perdere e ricominciare di nuovo dal principio
E non fiatare una parola sulla perdita; 
Se riesci a costringere cuore, tendini e nervi
A servire al tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,
E a tenere duro quando in te non resta altro
Tranne la Volontà che dice loro: "Tieni duro!"

Se riesci a parlare con la folla e a conservarti retto,
E a camminare coi Re senza perdere il contatto con la gente,
Se non riesce a ferirti il nemico né l'amico più caro,
Se tutti contano per te, ma nessuno troppo;
Se riesci a occupare il minuto inesorabile
Dando valore a ogni istante che passa,
Tua è la terra e tutto ciò che è in essa,
E - quel che è più - sei un Uomo, figlio mio!

da R. Kipling, Poesie, a cura di Ornella De Zordo, Milano, Mursia, 1987.

* La poesia Se è dedicata al figlio e contiene una serie di suggerimenti su come affrontare la vita e su come trovare un equilibrio. Il testo si configura come una lettera al figlio, nella quale sono presenti indicazioni che intendono aiutare il bambino a tracciare il suo percorso di crescita, affinché egli possa diventare un Uomo.

Nella poesia Kipling sostiene che si diventa davvero uomini quando si raggiunge una stabilità tale da non perdere la calma quando intorno è il panico e quando vengono apprese virtù importanti come la fiducia in se stessi, l'autocontrollo, il coraggio, la tenacia, la pazienza, l'amore e la capacità di credere nei propri sogni, pure non facendosi dominare da essi. Insomma, si diventa uomini prendendo coscienza di se stessi attraverso le esperienze, mantenendo la fiducia in ciò che si fa e dando valore a ogni singolo istante che si vive.

* Joseph Rudyard Kipling (Bombay 1865 - Londra 1936), scrittore e poeta inglese, era di origini indiane. La sua opera più famosa è il racconto per ragazzi Il libro della giungla (The Jungle Book), scritto nel 1894. Noto è il racconto ambientato in India Kim (1901) e celebre è anche il romanzo Capitani Coraggiosi (1897). Sono molto conosciute e significative le sue poesie.

Fonte: nostrofiglio.it
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mercoledì 15 febbraio 2017

Lettera di una mamma ai bulli che perseguitavano il figlio

LETTERA DI UNA MAMMA AI BULLI 
CHE PERSEGUITAVANO IL FIGLIO

Luca, nome di fantasia, ha nove anni. Ama andare a scuola, trascorrere del tempo con i suoi amici, vivere la vita dei bambini. Poi all'improvviso, tutto cambia. Luca torna a casa sempre piangendo, dice a sua madre che in quella scuola non ci vuole più andare. Giorno dopo giorno la situazione peggiore e Luca inizia a vomitare, non riesce quasi più a camminare. È una vittima di bullismo. «Io non lo chiamo bullismo. Per me è un male che arriva all'improvviso e non sai quello che devi fare». A parlare, in occasione della Giornata nazionale contro il bullismo, è Francesca, 40 anni, mamma di Luca. Un anno fa è corsa a scuola per soccorrere suo figlio. Era stato pestato da alcuni compagni nel cortile della scuola. Contusioni multiple, cicatrici, ricovero in ospedale e un bambino che smette di sorridere.
«Avevano iniziato con prese in giro stupide, come buttargli lo zaino nella spazzatura o appenderlo a un albero. Poi hanno cercato di gettare mio figlio nei bidoni dell'immondizia. È stato un aggravarsi di situazioni fino alle botte».

Quando si è trovata davanti a un bambino che non sembrava più suo figlio, Francesca non sapeva cosa fare. «Non sapevo come poterlo aiutare». Luca aveva iniziato a soffrire di bulimia alimentare, vomitava e ogni notte, puntualmente faceva la pipì a letto.

«Porti suo figlio dieci minuti dopo il suono della campanella e lo venga a prendere dieci minuti prima, così non viene esposto nei momenti più problematici dell'entrata e dell'uscita», le aveva consigliato il preside della scuola.

«Presto è successo quello che temevo - scrive Francesca in una lettera indirizzata ai bulli (ma anche ai loro genitori) che hanno distrutto la vita di suo figlio -. Un pestaggio di massa che gli ha procurato botte e contusioni in tutto il corpo, in particolare alla schiena, sul dorso e agli arti. Abbiamo dovuto portarlo al pronto soccorso per essere medicato e ha avuto una prognosi di un mese. Ma le ferite fisiche che gli avete causato sono niente in confronto allo shock.

A quel punto il mio bambino in quella che era la sua scuola non c'è proprio più voluto tornare e ha avuto bisogno di supporto psicologico per affrontare il trauma, che non ha ancora superato: è seguito tuttora da uno psicologo. La nostra famiglia si è trovata di fronte a un muro di gomma e di omertà. Tutti avete visto queste violenze, ma nessuno di voi ha aperto bocca. Ho parlato tante volte con voi genitori, ma la vostra risposta è stata: “Sono bambini”».

Per ottenere il trasferimento in una seconda scuola, Francesca ha dovuto presentare un certificato in cui veniva attestato che suo figlio «soffriva di sindrome ansiosa a seguito di vari episodi di bullismo subiti in classe».

«Ho presentato un esposto ai carabinieri e andrò fino in fondo per ottenere
giustizia, per mio figlio e per tutte le vittime di voi bulli e, soprattutto, di tutti coloro che vi
lasciano agire indisturbati. Perché voi siete dei minori e la colpa di questo stato di cose è
soprattutto vostra, signori adulti: perché i primi difensori dei bulli siete voi genitori, voi
dirigenti scolastici, voi insegnanti che non accettate, non ammettete, e alla fine non muovete
un dito.

E se tali comportamenti vengono giustificati dall'alto, perché un bambino dovrebbe
vergognarsene? Mio figlio è stato costretto a cambiare scuola, abitudini e compagni. Ed è stato un bene, alla fine».

Ma il calvario, come lo definisce Francesca, è ancora lungo, perché quando a Luca capita di ritornare con la mente agli episodi subiti torna a stare male. «In questi mesi è stata dura - continua Francesca - è tuttora in cura da una dottoressa perbulimia alimentare, soffre di mal di testa e vomito. I traumi che ha subito sono ancora presenti, le cicatrici non si rimargineranno facilmente: dovrà conviverci a lungo.

È giusto tutto questo? Bulli, pensateci prima di accanirvi sul prossimo bersaglio; genitori,
parlate con i vostri figli e insegnate loro il rispetto per gli altri. E voi educatori, insegnanti e
presidi, non giratevi dall'altra parte, non vergognatevi di prendere provvedimenti e non lasciate questi episodi impuniti. Creerete altri bulli. E nuove vittime».
Fonte: vanityfair.it

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mercoledì 8 febbraio 2017

Alike, il cortometraggio che ogni genitore dovrebbe vedere

ALIKE, IL CORTOMETRAGGIO CHE OGNI GENITORE 

DOVREBBE VEDERE

Guarda l'emozionante corto che invita a riflettere sulla propria vita e soprattutto su quella dei nostri figli

Si chiama "Alike" il corto d'animazione diretto da Daniel Martinez Lara e Rafa Cano Méndez. Il video spagnolo ha come protagonista Copi, un padre che vuole insegnare al figlio quale sia la retta via: gli prepara la cartella ogni mattino e lo accompagna a scuola mentre lui va a lavorare seguendo la sua ordinaria routine. Ma quale è davvero la retta via?
Il piccolo, incantato da un artista di strada che suona il violino, anche sui banchi di scuola dà vita alla propria immaginazione. Pian piano, però, le regole imposte dalla vita quotidiana iniziano a spegnere lo spirito gioioso del bambino. Finché il padre non comprenderà l’importanza dell’immaginazione…
Un corto emozionante, in cui i personaggi acquistano colore ogni volta che un’emozione positiva entra a far parte della loro vita, anche la gioia di un abbraccio.
Da far riflettere. Ecco il video!

Fonte: www.radiomontecarlo.net
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mercoledì 1 febbraio 2017

Cose da dire ai figli

COSE DA DIRE AI FIGLI

Ci sono cose da dire ai nostri figli. Come ad esempio che il fallimento é una grande possibilità.
Si ricade e ci si rialza. Da questo s’impara. Non da altro.
Dovremmo dire ai figli maschi che se piangono, non sono femminucce. Alle femmine che possono giocare alla lotta o fare le boccacce senza essere dei maschiacci.
Dovremmo dire che la noia è tempo buono per sè. Che esistono pensieri spaventosi, e di non preoccuparsi.
Dovremo dire che si può morire, ma che esiste la magia.
Ai nostri figli dovremmo dire che il giorno del matrimonio non è il più bello della vita. Che ci sono giorni sì, e giorni no. E hanno tutti lo stesso valore.
Che bisogna saper stare, e basta. E che  il dolore si supera.
Ai nostri figli maschi dovremmo dire che non sono Principi azzurri e non devono salvare nessuno. Alle femmine che nessuno le salva, se non loro stesse. Altrimenti le donne continueranno a morire e gli uomini ad uccidere.
Ai nostri figli dovremmo dire che c’è tempo fino a quando non finisce, e ce ne accorgiamo sempre troppo tardi.
Dovremmo dire che non ci sono nè vinti nè sconfitti, e la vita non è una lotta.
Dovremmo dire che la cattiveria esiste ed è dentro ognuno di noi. Dobbiamo conoscerla per gestirla.
Dovremmo dire ai figli che non sempre un padre e una madre sono un porto sicuro. Alcuni fari non riescono a fare luce.
Che senza gli altri non siamo niente. Proprio niente.
Che possono stare male. La sofferenza ci spinge in avanti. E prima o poi passa.
Dovremmo dire ai nostri figli che possono non avere successo e vivere felici lo stesso. Anzi, forse, lo saranno di più.
Che non importa se i desideri non si realizzano, ma l’importante è desiderare. Fino alla fine.
Bisogna dir loro che se nella vita non si sposeranno o non faranno figli, possono essere felici lo stesso.
Che il mondo ha bisogno del loro impegno per diventare un luogo bello in cui sostare.
Che la povertà esiste e dobbiamo farcene carico.
Che possono essere quello che vogliono. Ma non a tutti i costi.
Che esiste il perdono. E si può cedere ogni tanto, per procedere insieme.
Ai figli dovremmo dire che possono andare lontano. Molto lontano. Dove non li vediamo più.
E che noi saremo qui. Quando vogliono tornare.


Fonte: sosdonne.wordpress.com


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mercoledì 25 gennaio 2017

Bambini iperattivi o genitori iperpassivi

BAMBINI IPERATTIVI O GENITORI IPERPASSIVI

Il termine iperattività è divenuto molto popolare. Molti genitori pensano che i loro figli soffrano di questo problema, che siano iperattivi. Rispettando i difensori e i detrattori dell’esistenza di tale disturbo, sembra che non ci siano abbastanza bambini che ne soffrano a tal punto da giustificare il gran numero di diagnosi. Vale a dire che parliamo di un disturbo -se questo può essere considerato tale- sovradiagnosticato.

Ci sono molti genitori, anzi troppi, che si rivolgono a centri di psicologia, psichiatria infantile o neurologia, in cerca di una diagnosi che confermi i loro sospetti. Sospetti che secondo questi genitori indicano che i loro figli sono iperattivi. Quel che è certo è che molte volte queste diagnosi non vengono confermate e i genitori si sentono ancor più abbattuti dopo aver consultato uno psicologo (per quanto possa risultare contraddittorio); altre volte, la diagnosi viene confermata, ma in maniera errata.
In un primo momento, dopo aver identificato il comportamento alla base del problema, si realizza una valutazione del bambino e della dinamica familiare. Se è necessario, si interviene in famiglia, al fine di ottimizzare la dinamica familiare e la condotta del bambino.

Esiste ed è nota l’enorme domanda di diagnosi riguardo i Disturbi da deficit di attenzione/iperattività (ADHD) nei bambini che non si concentrano a scuola, non svolgono i compiti, si muovono troppo, sono più inquieti. Ci sono anche altre numerose lamentele che, mascherate da sintomi, fanno credere ai genitori o ai professori che tali bambini (che non compiono le loro aspettative), hanno qualche problema o disturbo psicologico.

Continuano a rivolgersi a diversi professionisti e specialisti con l’obbiettivo di etichettare i propri figli come iperattivi, per sentirsi tranquilli e, nel peggiore dei casi, somministrar loro dei farmaci. E, in questo modo, agire in modo iperpassivo.
È vero che i genitori non passano tutta la giornata seduti a guardare la TV o il cellulare. Molti fanno più di un lavoro e devono svolgere anche le faccende domestiche. Ogni giorno hanno molti impegni, vivono stressati, vanno di fretta, sono molto occupati (e anche i bambini) e arrivano tardi e stanchi a casa, passano poco tempo con i propri figli e, il poco che dedicano a questi, è passivo.
I genitori e i bambini hanno così poche energie quando arrivano a casa, che non hanno neppure la voglia di uscire a giocare per strada, cucinare insieme, giocare in casa, farsi il solletico, giocare con le costruzioni, cantare o ballare, ridere insieme, inventare storie con bambole o animali, raccontare le favole, etc.
La tecnologia e i display occupano quei momenti condivisi. Così, i bambini non hanno la possibilità di scaricare le loro energie  e arrivano in alcuni casi a soffrire di ansia, stress o forte tristezza, noia o esaurimento. E i genitori iniziano a preoccuparsi per questi sintomi.


“I genitori davvero felici non si incontrano spesso nei bar”
-Adolfo Kolping-

L’allegria vale più del dolore: bisogna trascorrere del tempo a giocare con i propri figli ed essere presenti nelle loro vite, almeno durante l’infanzia.
 È necessario sforzarsi per trovare nuovi modi di passare il tempo insieme a seconda della loro maturità e delle loro necessità particolari. Non è mai tardi per i cambiamenti.

“In ogni giorno della nostra vita depositiamo qualcosa nella banca della memoria dei nostri figli.”
-Charles Swindoll-


Perché non ci sono poi così tanti figli iperattivi, né tanti bambini con problemi di condotta, ma tanti genitori iperpassivi, che non prendono sul serio il loro ruolo. Anche quando hanno scelto di essere tali, non sono consapevoli di cosa implica realmente essere genitori, delle energie che bisogna dedicar loro, del tempo da trascorrere in loro compagnia, di doversi occupare delle loro necessità. E anche delle soddisfazioni che si ottengono, dei momenti di felicità e di quanto si stringa tale vincolo che, senza dubbio, è alla base di un buono sviluppo psico-emotivo nei bambini.

Quando qualcosa a casa non va o quando ci rendiamo conto che i nostri figli potrebbero avere un problema, dobbiamo fermarci a pensare.
Fonte: lamenteemeravigliosa.it

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mercoledì 18 gennaio 2017

Paidòs, da 25 anni sempre al fianco dei bambini in difficoltà

Paidòs, da 25 anni sempre al fianco dei bambini in difficoltà
In occasione del venticinquesimo anno di accoglienza Murialdina a Lucera in favore dei bambini in difficoltà,  intervistiamo, Marco Di Sabato, che racconta l’inizio di questa avventura e la nascita successiva della Paidòs Onlus, generata “per fare la differenza per tanti bambini e ragazzi che vivono nel disagio”.

Fare la differenza per tanti bambini e ragazzi in difficoltà. È questa la missione che si sono dati 25 anni fa un gruppo di ragazzi guidati da un giuseppino del Murialdo quando, rispondendo alle richieste di aiuto che provenivano sempre più pressanti dal territorio, hanno deciso di creare prima un centro educativo diurno e poi due case famiglia, una maschile e l’altra femminile, con un unico scopo: fare la differenza per tanti bambini e ragazzi che vivono nel disagio.
Nel maggio del 2000, quegli stessi ragazzi decidono poi di potenziare il loro impegno a favore dei bambini, costituendo la Cooperativa sociale Paidòs, e nonostante siano passati ormai parecchi anni, la Paidòs continua ad essere al fianco dei giovanissimi in difficoltà, oggi come ieri.

Uno sguardo ad un’umanità distratta, in gran parte imprigionata in schemi di comportamento individuali e collettivi ripetitivi, limitanti, spesso violenti e coercitivi, spinge la Paidòs a intraprendere progetti che puntino a stimolare una maggiore consapevolezza nel bambino, nelle famiglie e nelle comunità di vita, partendo dalla protezione dei soggetti più vulnerabili e puntando sull’educazione come strumento capace di risvegliare potenziali latenti e restituire all’individuo il suo ruolo di protagonista del cambiamento.

La nostra organizzazione è cresciuta come un albero, le cui fronde sono i tanti progetti volti a prevenire il disagio e le cui radici sono le basi metodologiche che hanno da sempre indirizzato il nostro intervento e che seguono l’insegnamento di San Leonardo Murialdo, che dedicò la sua vita ad accogliere i bambini poveri ed abbandonati”. Lo dichiara il presidente della Paidòs Marco Di Sabato, facendo il bilancio di questi 25 anni di attività sul campo e il quadro della situazione attuale dell’infanzia in Italia.

In tutta la storia che ha vissuto all’interno della Paidòs, qual è l’emozione più grande che si porta dietro?
Sicuramente l’attimo della nascita della cooperativa. Non potrò mai dimenticare quel giorno: ai tempi avevo 26 anni e l’entusiasmo di quegli anni è indimenticabile. Il grande desiderio di aiutare gli altri era unito alla sensazione della percezione di una umanità molto bisognosa, da aiutare appunto con la nostra passione, con una visione fecondante e con metodologie appropriate. Ho vissuto a stretto contatto con tutti i bambini accolti in questi anni, ognuno aveva una sua storia e ognuno di loro mi ha donato qualcosa.  Abbiamo vissuto con i bambini fin dall’inizio e continuiamo ancora oggi a farlo”.

Nel corso di tutti questi anni, gli scenari relativi all’infanzia e i bisogni a questa connessi sono cambiati? Quali le priorità a cui bisogna far fronte oggi?
Il mondo in cui viviamo è in grande cambiamento e oggi il tema di saper interpretare proattivamente il cambiamento, piuttosto che subirlo, è ancora più forte di ieri. Da un altro punto di vista, le problematiche che noi incontriamo lavorando con i bambini e le famiglie sono in qualche modo le stesse di sempre: subiscono le difficoltà perché non riescono ad essere veramente consapevoli delle loro capacità e potenzialità e non sanno come attivare le leve del cambiamento. Cambia la forma del disagio, ma quello che incontriamo fa parte di uno scenario che appartiene all’umanità da sempre e sappiamo le apparterrà in modo diverso anche in futuro. Il nostro impegno deve essere allora quello di dare strumenti e creare nuovi orizzonti per crescere. Oggi ci sollecita con forza il tema della povertà dei minori e delle famiglie in Italia, i cui numeri e i cui effetti hanno assunto dimensioni impressionanti: è diventato importante garantire un livello di assistenza materiale per favorire ai bambini italiani il diritto di nutrirsi, accedere alle cure mediche, praticare sport e attività ricreative e socializzanti. Alle famiglie stiamo offrendo nuovi percorsi di crescita per superare la povertà, accrescere le competenze educative, offrire ai propri figli migliori opportunità”.

Quali sono le cose che cambierebbe nell’immediato al fine di garantire a tutti i bambini il rispetto dei propri diritti?
Nella nostra società, la comprensione di quanto sia importante l’infanzia è ancora del tutto residuale. Il basso livello di attenzione mediatica e politica e di proliferazione culturale delle tematiche dell’infanzia ci porta a vedere che occorre lavorare enormemente a livello di sensibilizzazione. L’infanzia è il vero cuore del presente e del futuro dello sviluppo umano, ma a livello globale i dati sulla malnutrizione, il mancato accesso alla scolarizzazione, le grandi diseguaglianze, fino ai fenomeni più drammatici, come i bambini soldato o il traffico di minori hanno un’attenzione ancora più bassa ed occorre investire in educazione e sensibilizzazione per accrescere il livello di consapevolezza, di impegno e di investimento”.

Quali prospettive per il futuro della Paidòs?
Il futuro della Paidòs sarà sempre dalla parte dei bambini. Vogliamo rendere più solide le nostre metodologie di lavoro, osservare con più attenzione, come e quanto il nostro lavoro sappia produrre il cambiamento che tanto auspichiamo e davvero impattare sulla crescita dei bambini e delle famiglie. Rinforzare le radici del nostro albero affinché le fronde, gli interventi che attuiamo, possano essere sempre più capaci di prevenire i fenomeni di disagio e dare un futuro ai bambini che accogliamo, magari riuscendo ad inserirli anche nel mondo del lavoro, una volta conclusi gli studi.”

Le prossime sfide?
“Per i 25 anni di accoglienza murialdina a Lucera, abbiamo deciso di rendere il Centro Educativo Diurno dell’Opera San Giuseppe ancora più bello, funzionale e di arricchirlo di nuovi spazi per i laboratori e per il gioco dei bambini che accogliamo, per questo partiranno a breve dei lavori di ristrutturazione. Abbiamo però bisogno dell’aiuto di tutti per continuare a dare a tanti bambini opportunità e speranze, perché siamo convinti che solo l’educazione può migliorare il loro futuro e il futuro della nostra società e della nostra città.

Per questo abbiamo lanciato la raccolta fondi ‘BAMBINI al Centro’. Chiunque può sostenere il Progetto ‘BAMBINI al Centro’- Progetto di Ristrutturazione del Centro Educativo Diurno, effettuando una donazione con bonifico bancario al seguente IBAN: IT 51W 05385 78440 00000 00000 455, causale: ristrutturazione Centro Educativo Diurno. 

Inoltre abbiamo organizzato anche una lotteria di beneficenza per raccogliere ulteriori fondi necessari alla ristrutturazione. L’estrazione della  lotteria ‘BAMBINI al Centro’ ci sarà il 14 maggio 2017. Il costo del biglietto è di soli 2€. In palio fantastici premi: iPhone7, week-end in Europa, mountain bike, cene e tantissimi altri premi.
Ulteriori notizie sulla lotteria, sullo stato di avanzamento dei lavori e sule nostre attività, le potrete trovare sul nostro sito internet www.paidos.it o sulle nostre pagine presenti sui principali social.
Torniamo a mettere i bambini al centro di tutte le nostre azioni, loro sono il nostro futuro.

Stefano Di Sabato


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mercoledì 14 dicembre 2016

L'importanza di trovare dei motivatori

L'IMPORTANZA DI TROVARE DEI MOTIVATORI

Ho ventisei anni, mi sono laureata in Scienze dell’educazione ma non ho trovato lavoro, così da un anno sono alla cassa di un supermercato. Le chiedo: è giusto secondo lei che una ragazza laureata lavori per sette ore al giorno in un supermercato per 440 euro al mese? Quando torno a casa la sera mi sento una fallita. Non so quando mai potrò avere una casa mia, fare un viaggio, avere dei figli. Il mio fidanzato è un bravo ragazzo, studia e aiuta suo padre nel negozio di macelleria. Nemmeno lui ha molte speranze di uscire da quella situazione. Ci sentiamo come due prigionieri di quest’incubo. La domenica usciamo al mare, ma siamo spesso tristi, senza idee. Le sembra giusto tutto questo? Non abbiamo fatto nulla di male per meritarci questa vitaccia, grazie per l’ascolto, Loredana.

Nel suo ultimo libro ‘L’autorità perduta, il coraggio che i figli ci chiedono’  il professor Crepet risponde così a questa lettera: «Una comunità che si permette il lusso di mandare al macero intelligenze e sensibilità come quelle di Loredana e del suo fidanzato è una comunità moribonda. Come in ogni epoca, il periodo di decadenza di una civiltà è il peggiore perché chiunque può sentirsi libero di arraffare ciò che c’è per non soccombere. È il tempo delle peggiori sperequazioni a danno dei più deboli, è il tempo dei meschini e dei codardi che si nascondono dietro il pericolo incombente per osare qualcosa di cui non sarebbero stati capaci in fasi di prosperità economica. Di tutto questo i ragazzi si sono accorti: è uno dei motivi che più contribuiscono a rendere ancor più profondo il solco di diffidenza che divide le generazioni. Non esiste più un patto di solidarietà, come accadeva in passato, ma un’idea di silenzioso conflitto: da una parte datori di lavoro pronti a speculare sui giovani, dall’altra giovani che usano lo stesso cinismo nei confronti del lavoro, trasformandolo in un’op-portunità per prendersi qualche soldo e scappare non appe-na si può. I giovani pretendono il rispetto del diritto allo studio e del diritto alla casa. E allora perché quando chiedo loro se hanno mai pensato di mettersi in proprio mi guardano con un’espressione inebetita? Forse sono i genitori a scoraggiarli dall’intraprendere strade senza garanzie a priori…».

Si tratta quindi di un problema educativo: i giovani scendono in battaglia pietosamente disarmati, arrabbiati, ma rassegnati. Il futuro del lavoro nei paesi occidentali assomiglierà sempre più a una sfida che occorre sapere accettare tutti i giorni e vincere. Una sfida anche per le famiglie.
Il vero nemico è la demotivazione, il mostro che paralizza, e quindi il compito più importante di ogni genitore e di ogni educatore è motivare i figli. Sapendo che i veri motivatori sono pochi mentre i distruttori di ogni motivazione sono dappertutto.
I punti fondamentali sui quali famiglia ed educatori devono lavorare per conservare e far crescere l’automotivazione dei più giovani, sono i seguenti.

Investire tempo ed energie per stare insieme e conoscere a fondo i ragazzi.
Questo significa curare la “manutenzione delle relazioni”. Gli esseri umani si influenzano a vicenda. Quando tra le persone esiste un rapporto di affetto e di amicizia sentito e condiviso è molto difficile che qualcuno si abbandoni allo sconforto, soprattutto se si cerca di condividere con continuità emozioni positive. Conoscersi, passare insieme del tempo, collaborare, essere solidali diventa un “rinforzo” per ciascuno. Un padre deve trasmettere ogni giorno il messaggio «insieme ce la possiamo fare».

Comunicare fiducia e far sentire capaci.
A livello pratico si attua fornendo ai ragazzi degli obiettivi adeguati e graduali. Gli obiettivi irraggiungibili, come quelli troppo facili, comunicano solo una scarsa fiducia. Il messaggio deve essere «ce la puoi fare». Per questo è necessario prestare attenzione, sottolineare i progressi, aspettarsi e valorizzare l’impegno.
Quando parlate con i vostri figli, siate presenti in quello che fate: guardateli negli occhi, ascoltate attivamente, fate sì che i ragazzi si sentano ascoltati. Immedesimatevi: fate loro intendere che capite i loro sentimenti e le loro affermazioni, offritegli cioè l’esperienza della visibilità.
Mantenete un tono rispettoso: non concedetevi nessun tono di condiscendenza, superiorità, sarcasmo o disapprovazione.
Una comunicazione rarefatta, poco frequente, carente lascia spazi vuoti che, all’interno della famiglia e dei gruppi, favoriscono la creazione di fantasmi, in altre parole di interpretazioni della realtà scarsamente basate sui fatti, e spesso a sfondo paranoico.

Lasciare autonomia.
I genitori che soffocano i propri figli, che tolgono qualsiasi spazio di autonomia e decisione contribuiscono a demotivarli pesantemente. I genitori “chioccia” tirano su degli eterni “pulcini” o dei bravi robot in attesa di ordini.
I figli devono rendersi conto che viene sempre il momento in cui non verrà nessuno. Non verrà nessuno a prendere decisioni al loro posto, nessuno a raddrizzare la loro vita, nessuno a risolvere i loro problemi. Sono loro, e solo loro, i responsabili della loro vita e della sua realizzazione.
La nave urtò improvvisamente gli scogli e la fiancata si squarciò. L’allarme fu dato in ritardo, ma la maggioranza dei passeggeri corse verso le scialuppe di salvataggio.
Solo due passeggeri rimasero inchiodati nella loro cabina. Si chiamavano Non-posso-farcela e Chi-me-lo-fa-fare. Colarono a picco con la nave.
Autore: Bruno Ferrero

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