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mercoledì 28 settembre 2016

Non alzate la voce, trovate un argomento migliore

NON ALZATE LA VOCE, 
TROVATE UN ARGOMENTO MIGLIORE

Alzando la voce non vi farete capire meglio. Le urla sono aggressive e umilianti e rappresentano una comunicazione violenta piuttosto comune in molte dinamiche familiari. Le urla non sono educative né edificanti per una relazione di coppia sana, al contrario, diventano troppo spesso il tipo di maltrattamento più comune.

Albert Mehrabian è uno psicologo esperto della comunicazione non verbale. Nella maggior parte dei suoi lavori su questo argomento sottolinea l’importanza del tono di voce quando vogliamo mantenere un dialogo che sia empatico e assertivo allo stesso tempo. In qualsiasi processo comunicativo, solo il 7% del significato totale viene dato dalle parole, mentre il resto dipende dal tono della voce e dal linguaggio non verbale.

Una voce carica di rabbia e disprezzo non potrà mai capire il potere impercettibile di quella voce chiara che sa farsi comprendere con rispetto e delicatezza. La comunicazione è un’arte che non tutti sanno usare.

Che ci crediate o meno, tutti commettiamo qualche errore quando comunichiamo. Le ironie, i doppi sensi, le urla e l’incapacità di fare un uso efficace della comunicazione emotiva sono, senza alcun dubbio, gli errori più comuni. Oggi vi invitiamo a riflettere al riguardo.

Mai alzare la voce con un bambino
Lo stile comunicativo con il quale si cresce un bambino ha un grande impatto sul suo sviluppo personale ed emotivo. È normale, per esempio, per una maestra ritrovarsi in aula con studenti timidi e con una bassa autostima per via dei genitori che usano abitualmente un tipo di comunicazione aggressiva e basata su ordini e minacce.

Questo non è il comportamento giusto da adottare. Nonostante ciò, un aspetto che dobbiamo prendere in considerazione è che, molte volte, è possibile perdere la pazienza e finire per alzare la voce con i più piccoli. Non c’è bisogno di essere “genitori autoritari” per commettere l’errore di urlare per farsi ubbidire dai più piccoli. Lo sappiamo tutti e cerchiamo sempre di evitare episodi simili.

Le conseguenze di urlare ai bambini
Gli esperti in terapia comportamentale infantile sottolineano la necessità di non urlare con i propri figli o alunni per i seguenti motivi:


  •          Ogni volta che state per comportarvi in un certo modo, fermatevi e riflettete sulle conseguenze che può avere sul bambino. Voi siete i loro modelli da imitare.
  •          All'inizio usare le urla spaventerà il bambino e lo spingerà ad ubbidire, ma poco a poco svilupperà una “tolleranza” al tono di voce troppo alto. Allora, dovrete urlare di più e, probabilmente, anche loro inizieranno a urlare con voi.
  •          In questo modo, l’urlo finisce per diventare un modello di comunicazione che, con il tempo, anche i vostri figli adotteranno.
  •          Un uso eccessivo delle urla implica ulteriori conseguenze: il bambino smette di collegare questo tono di voce alla rabbia, smette, quindi, di provare empatia per le persone e di capire quando qualcuno è arrabbiato o quando gli sta parlando in modo normale.
  •           Le urla sono una forma di maltrattamento ed è un concetto che dobbiamo capire molto chiaramente. Una comunicazione persistente basata sulle urla è causa, in molti casi, di bassa autostima e depressione negli adolescenti, proprio come ha dimostrato uno studio condotto dall’Università del Michigan, negli Stati Uniti.

Abbassate la voce, trovate un argomento migliore
Quando si tratta di una relazione, le urla possono essere dei veri e propri aghi che si conficcano dentro di voi, ferendo la vostra integrità e dissanguando la vostra autostima. È un comportamento distruttivo che non possiamo tollerare. Chi vi ama vi rispetta, chi vi ama non vi aggredisce e la comunicazione aggressiva è un maltrattamento vero e proprio.

È vero anche che, a volte, c’è chi è abituato ad alzare la voce, a pensare che, se parla più forte, riuscirà sempre a imporre la propria verità e le proprie ragioni. Per questo motivo, è necessario riflettere sulla necessità di abbassare il tono, trovare argomenti migliori e fare buon uso della comunicazione emotiva. Questi sarebbero i pilastri di base:

Descrivere i comportamenti e non le persone
Il semplice fatto di venire paragonati ad altre persone è, senza dubbio, una mancanza di abilità emotiva e comunicativa: sei stupida proprio come mia cugina o sei falso proprio come il mio collega di lavoro.

Non è la cosa giusta da fare, quindi non fatelo e non permettete agli altri di farlo con voi. È più costruttivo saper difendere un argomento e descrivere i comportamenti: “Non mi sta bene che tu non sia sincero con me, devi cercare di dirmi la verità”.

Usare verbi che vi permettano di stabilire un legame emotivo
Le emozioni sono contagiose e le parole sono un vero e proprio canalizzatore di emozioni positive, che tutti abbiamo a portata di mano. Perché non le usiamo come dovremmo?

Mi piace che…
Io penso, credo che…
Mi piace come…
Sento che…
Mi sembra che…

Un tono che doni calma
Con il tono giusto, sarete in grado di sedurre, calmare, offrire fiducia e creare la giusta vicinanza con il vostro interlocutore. Un urlo, invece, farà risvegliare in lui la rabbia, la mancanza di fiducia e la paura. Non è costruttivo né rispettoso e, per questo motivo, dovete imparare a gestire le vostre emozioni e a tenere sotto controllo alcuni aspetti.

Le parole calde, rilassate e dotate di un buon argomento e di rispetto sono legami che ci uniscono alle persone che amiamo.

La vera comunicazione non nasce parlando o urlando, la comunicazione inizia sempre con il saper ascoltare dal cuore.

Fonte: lamenteemeravigliosa.it
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mercoledì 21 settembre 2016

Insegniamo ai nostri figli ad avere compassione

INSEGNIAMO AI NOSTRI FIGLI AD AVERE COMPASSIONE

C'è una qualità umana da riconquistare: la compassione. Vivere con i figli questa straordinaria virtù è diventato più che mai necessario. 

Il modo più semplice di esprimere agli altri compassione (o empatia) è ascoltarli.
«Tanto di me non importa niente a nessuno». Così a 14 anni ha tentato il suicidio. Le persone che “ascoltano” stanno diventando una rarità. Sono molte quelle che interrompono chi parla dopo pochi secondi per inondarlo di consigli, che di solito riguardano tutt'altro. I cattivi ascoltatori non sono “con” la persona che vuole comunicare. Parlare, nella migliore delle ipotesi, significa condividere. Ascoltare veramente una persona significa dirgli: «Tu sei importante per me. Perciò ti do tutta la mia attenzione».

Comunicare
L'essere umano può sopravvivere soltanto in una comunità di persone e ciò non è possibile se di queste persone non si colgono come proprie le emozioni e le intenzioni. L'empatia è necessaria alla comunicazione, alla collaborazione e alla coesione sociale. Se la annulliamo ridiventiamo selvaggi, anzi perdiamo la capacità stessa di sopravvivere. Inoltre l'empatia è il mezzo di gran lunga più utile per migliorare qualsiasi rapporto. Avete mai assistito a un diverbio in cui nessuna delle due parti aveva la benché minima capacità e volontà di vedere le cose dal punto di vista dell'altro? È doloroso, ma succede, e possiamo constatarlo ogni giorno sulla scena dei rapporti internazionali.

Guardare gli altri con occhi “puliti”
Per chi è libero da pregiudizi e fanatismi, la compassione non è la pietà e neanche semplice tolleranza, ma capacità di cancellare differenze e di non essere indifferenti con apatia. Proprio questo spiega perché la chiamata a essere compassionevoli suscita una resistenza profonda. La compassione è un modo nuovo, non competitivo di stare insieme agli altri, e ci apre gli occhi a vicenda. Quando rinunciamo al nostro desiderio di essere importanti o diversi, quando ci lasciamo dietro le spalle il bisogno di avere nella vita una nicchia speciale, quando il nostro interesse principale è essere come gli altri e vivere questa uguaglianza nella solidarietà, allora siamo capaci di vederci l'un l'altro come un dono unico. Raccolti insieme nella comune vulnerabilità, scopriamo di avere tante cose da darci a vicenda.

Non essere competitivi
I nostri talenti specifici non dovrebbero essere oggetto di competizione, ma elemento di comunione. Positivi o negativi, i tanti paragoni impediscono al bambino di costruirsi un'identità sana; è già tentato di confrontarsi agli altri e definirsi in rapporto a fratelli e compagni, è assorbito abbastanza dallo spirito di competizione senza che i genitori contribuiscano. Così, piano piano, si finisce per vedere gli altri come semplici pedine sulla scacchiera della vita. Tutto questo che cosa provoca? Mancanza di compassione, sostituita con indifferenza o anche rabbia per chi non è all'altezza delle aspettative.

Fermarsi sulla strada dove qualcuno ha immediato bisogno di attenzione
I genitori possono incominciare con esercizi quotidiani di empatia. Un piccolo esempio. Se camminiamo per la strada con nostro figlio e questo inciampa e cade, possiamo reagire in due modi. Da una parte, possiamo percepire la sua sofferenza, non solo sentendo nel nostro corpo il dolore fisico e lo spavento che potrebbe essersi procurato con la caduta, ma anche immedesimandoci nella vergogna e nell'imbarazzo che può provare di fronte a noi. Dall'altra, possiamo commentare in maniera sprezzante: «Ma perché non guardi dove vai? Per forza che poi cadi». Nel primo caso, cerchiamo di identificarci con nostro figlio e partecipiamo della sua sofferenza. Nel secondo, vogliamo eliminare ogni tipo di empatia. Il contrario della gentilezza, infatti, sono il biasimo, il ripudio, l'esclusione dell'altro. È molto importante donare ai figli la capacità di immaginare la vulnerabilità dell'altra persona e, di riflesso, di accettare la propria, la disponibilità a riconoscere la sofferenza e il piacere dell'altro e ad astenersi dal desiderio di punirlo o di sfruttarlo. Un rischio che vale la pena di correre per smettere di vivere sulla difensiva e per esporci fiduciosi alle esperienze e alla ricchezza che possono arrivare dagli altri.

Costruire la misericordia in famiglia
Anthony Cymerys è un barbiere che da venticinque anni taglia i capelli ai barboni e agli anziani poveri della sua città, in Connecticut. Quando cominciò, andava in giro con la macchina a cercare persone che potessero aver bisogno di un taglio; adesso che ha più di ottant'anni ha deciso di farsi trovare ogni mercoledì con una sedia di legno nel Bushnell Park. C'è la fila; sanno che lui non si scandalizza davanti a nessuno. Taglia capelli, fa la barba e massaggia il viso e le spalle di chi si siede. Tutto quello che chiede in cambio è un grande abbraccio. Se anche in famiglia sapessimo riconoscere e comprendere i bisogni degli altri, renderci disponibili e in cambio chiedere solo grandi abbracci!

“FORESTIERI”
A causa della crescente mobilità di un grande numero di persone sul nostro pianeta, accade sempre più spesso che ci troviamo faccia a faccia con individui di altre culture. Sono persone cresciute in ambienti diversissimi dal nostro. Hanno una religione diversa dalla nostra. Anche il colore della pelle, magari, è diverso. E così le usanze, l'alimentazione, il modo di vestire, di affrontare la sessualità, di percepire il tempo, di concepire le buone maniere e il senso del dovere, l'atteggiamento verso il denaro e il lavoro, insomma tutto. La nostra prima reazione è spesso di sospetto. È stato dimostrato che il pregiudizio razziale ha radici profonde e che il sospetto non è razionale, ma basato su una reazione emotiva immediata sulla quale non possiamo esercitare alcun controllo. Quindi anche le persone che dicono di non avere pregiudizi, in realtà in qualche misura ne hanno. L'educazione all'empatia è forse una delle necessità più urgenti nei nostri programmi educativi a tutti i livelli.

IL FOLLETTO MALIGNO
Due uomini erano amici fin da bambini e fra loro c'era un rapporto forte e profondo. Erano cresciuti passando quasi tutto il loro tempo libero assieme. Quando si erano sposati, avevano costruito le loro case una davanti all'altra, separate solo da un sentiero, nessuno steccato. Così per molti anni le loro due famiglie andarono d'amore e d'accordo. Ma un giorno un folletto decise di mettere alla prova la loro straordinaria amicizia. Si mise un mantello speciale, diviso in due a metà, rosso a destra, blu a sinistra. Mentre i due stavano lavorando nei campi, il folletto, camminando sul sentiero, attirò su di sé la loro attenzione. Alla fine del lavoro, uno dei due amici commentò, dicendo all'altro:
«Quell'uomo aveva un mantello rosso che era proprio bello».
«Era blu», disse l'altro.
«No, era rosso».
«Non sono stupido! Era blu».
Così incominciarono a discutere alzando sempre di più la voce, fino a che finirono per litigare. «Questa è la fine della nostra lunga amicizia!», esclamarono entrambi.
A quel punto il folletto ritornò e incominciò a danzare girando lentamente su se stesso davanti ai due litiganti, i quali subito videro entrambi i colori.
«Ci hai fatto litigare, sei un nemico! Per tutta la nostra vita siamo stati amici. Hai incominciato una guerra fra noi!» urlarono.
«No, non sono stato io a causare il litigio. Avevate ragione entrambi, e avevate torto entrambi. Litigavate perché ognuno ha guardato solo dal suo punto di vista».

Autori: Ferrero- Peiretti
Fonte: B.S. Maggio 2016
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mercoledì 14 settembre 2016

Trattate i vostri figli come vorreste essere trattati voi

TRATTATE I VOSTRI FIGLI COME VORRESTE ESSERE TRATTATI VOI E NON SBAGLIERETE

Trattate i vostri figli come vorreste essere trattati voi. Spegnete le loro paure, date un nome alle emozioni che non sanno esprimere, offrite loro tempo, accendete i loro sogni e fateli sentire come quello che sono: le persone più preziose del vostro mondo.

È curioso che oggigiorno molti genitori abbiano paura di crescere i loro figli. Leggono manuali di educazione, si informano riguardo alle ultime teorie, cercano su internet le risposte ad ogni problema oppure chiedono agli amici, che siano genitori o meno, considerandoli veri e propri guru nell’ambito della crescita dei bambini. Tali genitori si dimenticano di ascoltare l’elemento più prezioso in questo senso: il loro istinto naturale.

L’istinto di una madre o la capacità naturale di un padre di intuire i bisogni dei propri figli sono senza dubbio le migliori strategie educative. I bambini giungono a questo mondo con una bontà innata, quindi meritano di essere trattati con rispetto, al fine di salvaguardare la nobiltà del loro cuore. Gli avvenimenti che la vita offrirà giorno per giorno vanno accolti con naturalezza e senza timore.
Vi invitiamo a riflettere al riguardo.

I bambini vanno trattati con affetto e senza paura
Ci sono genitori che hanno paura di fallire nel loro compito. Considerano una tragedia non regalare ai figli la miglior festa di compleanno, non poterli assegnare alla migliore scuola in città oppure non poter comprare loro gli stessi vestiti di marca che indossano i loro compagni. Aspirano ad offrire loro ciò che non hanno mai avuto.

Ovviamente ognuno è libero di scegliere come educare i propri figli, ma spesso ci dimentichiamo di come sono fatti i bambini e di cosa accade dentro di loro. Ci fissiamo su tutte le cose che dovremmo dar loro e non ci rendiamo conto che hanno prima di tutto bisogno di NOI.

Un bambino non è un adulto in miniatura, è una persona che ha bisogno di comprendere il mondo attraverso di voi e con il vostro aiuto.
Un bambino agisce sempre in base alle sue necessità e mai per malizia o per manipolare gli adulti. Dovete essere intuitivi di fronte alle sue richieste.

Un bambino dev’essere innanzitutto trattato con affetto. I vostri figli non hanno bisogno di vestiti di marca o di giochi elettronici da usare in solitudine. Hanno bisogno del vostro tempo, del vostro esempio, dei vostri abbracci della buonanotte, della vostra mano per attraversare la strada.

L’educazione auto-regolata: comprendere e accompagnare
L’educazione auto-regolata si nutre direttamente delle teorie sull’attaccamento formulate dallo psichiatra Wilhelm Reich che sono tornate in voga, in quanto esaltano una serie di concetti basilari grazie ai quali possiamo sintonizzarci meglio con l’infanzia, i suoi ritmi e le sue necessità tipiche.

Una madre è più utile che mai quando ha fiducia nel suo istinto, quando legge negli occhi del figlio ciò di cui questi ha davvero bisogno.
L’aspetto interessante di questa prospettiva è che vede l’auto-regolazione come un sinonimo della vita, della necessità di entrare prima in contatto con la nostra complessità personale per capire il bambino, le sue necessità e i suoi conflitti, spesso creati da una società che non lo comprende.

I principi dell’educazione auto-regolata
L’educazione auto-regolata ci dice che un bambino trattato in modo rispettoso durante l’infanzia e che ha visto i genitori agire con garbo nei confronti delle altre persone sarà a sua volta un adulto rispettoso.
Ma come raggiungere questo risultato?  Come possiamo regalare adulti al mondo secondo l’educazione auto-regolata?
Il bambino deve sentirsi compreso e accompagnato in ogni momento. Se dovesse percepire frustrazione, smetterebbe di sentirsi accettato ed integrato.

Bisogna educare attraverso un attaccamento sano basato sull’amore e sulla vicinanza. In questo modo, poco a poco, il bambino si sentirà sicuro di avanzare verso l’indipendenza.
La voce di un bambino va sempre ascoltata, perché i piccoli vanno considerati sia quando ridono sia quando piangono, sia quando chiedono che quando propongono.
L’educazione auto-regolata ci parla anche dei ritmi: è preferibile non dare inizio all’apprendimento intellettuale fino ai 7 anni, per favorire i momenti di scoperta attraverso il gioco.

L’interazione tra il bambino e l’ambiente attraverso i cinque sensi e le relazioni felici con i suoi pari sono un altro modo interessante di favorire il suo sviluppo psico-sociale. Tuttavia, qualunque sia il metodo che decidiate di adottare per educare i vostri figli, non dovete mai scordarvi che la cosa migliore è trattarli con una formula magica sicuramente infallibile: l’amore.

Un bambino non vuol dar retta a grida e rimproveri. Vostro figlio merita di essere trattato con l’arte dell’ascolto, della pazienza e della grandezza dell’affetto. Perché i bambini non vanno domati, ma amati.

Fonte: lamenteemeravigliosa.it
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mercoledì 7 settembre 2016

Genitori elicottero

GENITORI ELICOTTERO

Di solito gli elicotteri vengono usati per sorvegliare, monitorare, soccorrere. Grazie alle loro ridotte dimensioni, sono sempre pronti a entrare in azione per garantire la sicurezza delle persone. Lo stesso accade, sul piano psicologico, per i cosiddetti “genitori elicottero”,  un particolare approccio al rapporto con i figli.

I genitori elicottero sono sempre sopra i propri figli

I genitori elicottero (in inglese Helicopter parents) tendono a sorvegliare e monitorare ogni cosa che fanno i figli per evitare che sbaglino o che si comportino in maniera diversa dalle loro aspettative. In ogni momento dicono ai figli cosa devono fare e non fare, dalle piccole cose fino ad arrivare a scegliere le amicizie e il partner.
La questione è decisamente spinosa perchè, non solo è alla base della costruzione di una personalità insicura e instabile ma anche “tiranna” .

Perchè si sviluppa questa genitorialità eccessiva?

·       Perchè si percepisce il figlio come una proprietà materiale di gran valore. Il fatto che le coppie hanno figli in età sempre più avanzata, spesso dopo essersi sottoposti a diversi trattamenti di fertilità, fa sì che questi bambini vengano considerati un bene molto prezioso che deve essere protetto a tutti i costi. Così i bambini finiscono per essere posti su di un piedistallo, metaforicamente parlando.
·         Perchè esiste una enorme pressione sociale che porta a curare eccessivamente i figli. Alcuni anni fa i genitori cercavano di compensare la mancanza di attenzione con dei doni. Questo fenomeno ha generato una forte campagna a livello sociale per condannare quei “genitori emotivamente distanti”, così ora siamo caduti nell’estremo opposto: genitori eccessivamente presenti che vivono solo per i loro figli.
·         A causa dell’incertezza generata dalla crisi economica. La crisi economica ha generato una forte preoccupazione per il futuro, creando sentimenti d’insicurezza e precarietà, che hanno scatenato nei genitori la paura che i loro figli possano sbagliarsi e non essere in grado di realizzare da soli tutto ciò che richiede la società. Pertanto, fanno di tutto per accompagnarli il più a lungo possibile durante il processo di maturazione.
·         A causa dell’aumento della competitività sociale. Negli ultimi anni la nostra società ha assunto un atteggiamento estremamente competitivo, pretende sempre di più da coloro che entrano nel mercato del lavoro: più conoscenza, competenze, risultati migliori…
·         La paura dei genitori che i loro figli possano fallire e non riescano a soddisfare questi requisiti, li porta a farsi carico dei loro problemi. Sempre per questo motivo riempiono la loro agenda fin da piccoli con decine di attività extrascolastiche che, presumibilmente, avrebbero lo scopo di aiutarli a prepararsi per la vita adulta.

Conseguenze: Genitori esauriti, bambini incompetenti

Per i genitori, il desiderio di essere perfetti in ogni momento e avere a che fare con i problemi dei loro figli, diventa estremamente faticoso. Infatti, uno studio condotto dai ricercatori dell’Università di Washington ha rivelato che chi assumeva uno stile genitoriale iperprotettivo era anche più esposto a depressione e stress, causati dal portare sulle spalle un fardello troppo pesante.
Inoltre, la presenza eccessiva dei genitori fa sì che i bambini siano insicuri, timorosi, incapaci di tollerare la frustrazione, prendere decisioni per se stessi e assumersi le proprie responsabilità. Infatti, il problema principale è che questi bambini iperprotetti non hanno mai dovuto mettere alla prova la loro capacità di affrontare i problemi della vita, in questo modo non hanno mai sviluppato la necessaria fiducia in se stessi, così che in ultima analisi, sono loro stessi che finiscono per chiedere ai genitori che non li lascino soli.
Un caso estremo, menzionato dalla scrittrice Eva Millet, racconta la storia di una studentessa universitaria che rimase bloccata in ascensore in una scuola a Barcellona e che, invece di premere il pulsante di allarme, ha chiamato sua madre negli Stati Uniti, che ha avvertito la sede centrale a Chicago, che a loro volta si mise in contatto con la sede a Barcellona per organizzare il salvatggio della ragazza.
Altre ricerche, condotte sempre presso l’Università di Washington, hanno analizzato 297 studenti delle scuole superiori i cui genitori potrebbero essere classificati come “genitori elicottero”, e hanno scoperto che questi giovani mostravano livelli più alti di depressione e ansia. Secondo questi psicologi, l’origine di questi disturbi emotivi si incontrava nella “Teoria dell’Autodeterminazione”, secondo la quale, perchè una persona si senta felice e realizzata, deve soddisfare tre esigenze: sentirsi autonoma, competente e connessa con altre persone.
Ovviamente, la presenza eccessiva dei genitori non soddisfa nessuno di questi tre requisiti, al contrario, crea dei limiti. Quindi, anche se i genitori possono avere le migliori intenzioni del mondo, in realtà finiscono per compromettere lo sviluppo emotivo, intellettuale e sociale dei loro figli.
Temi di essere un genitore elicottero?
Giusto o Sbagliato? Un tema indubbiamente caldo quello che di questi “Genitori elicottero”, tanto che sono stati elaborati diversi test, grazie alle quali ogni mamma ed ogni papà, potrà scoprire la sua vera natura di “Genitore Elicottero”! Domande semplici che forse possono apparire talvolta sciocche ma in realtà incalzano il genitore a rispondere scegliendo tra diverse risposte possibili, svelando la propria vera identità, di “Genitore Elicottero” ma ecco un assaggio del test:
1. Complimenti! Tuo figlio ha finito le suole medie e si accinge alla scelta delle superiori (o si è diplomato e sta per scegliere l’università). Quale ruolo assumi in questa fase?
A). Ti proponi di accompagnarlo per gli istituti scolastici o le università. Lo rassicuri sulle tasse da pagare e l’acquisto dei libri. L’intera faccenda è gestita da tuo figlio e tu gli fai sentire il tuo supporto.
B) Programmi un tour tra gli istituti / università da seguire. Gli procuri del materiale scolastico, ti informi su tutte le possibilità ma comunque lasci che sia lui a scegliere.
C) Gli consigli di approdare (guarda caso) all’istituto più vicino casa. Sollevi spesso la questione della scelta scolastica e lo accompagni a visitare istituti o campus.
Il test completo del genitore elicottero lo trovi in questa pagina “Sei un genitore elicottero, fai il test“, il test originale è in inglese ma lo abbiamo tradotto  in italiano per semplificarvi la vita.

La soluzione: Educare con amore e molto buon senso

In ogni fase dello sviluppo, le persone devono combattere le loro proprie battaglie. I genitori non possono proteggere i loro figli per sempre, perché, prima o poi questi dovranno affrontare le proprie paure e fare i propri errori.
Il compito dei genitori è quello di guidare i figli e aiutarli ad affrontare i problemi, non risolverli al posto loro. Se assumiamo tutto il peso della formazione dei figli sulle nostre spalle non otterremo delle persone preparate ad affrontare la vita, ma dei veri e propri “disabili” a livello emotivo.
Ci sono momenti in cui dobbiamo semplicemente tagliare il ramo e lasciare che i figli volino con le proprie ali.

Fonte: psicoadvisor.com

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mercoledì 15 giugno 2016

Il blog va in vacanza

IL BLOG VA IN VACANZA


E' giunto il momento di sospendere l’attività del blog, che ripartirà a settembre a pieno regime. Per chi volesse recuperare i contenuti pubblicati in questa prima metà dell’anno basterà cercare nell'archivio blog o tra i post più popolari (li trovate sul lato destro della home).

Alcuni consigli:

I 10 errori più comuni che commettono i genitori;

Le paure moriranno di fame su nutriamo i nostri figli d'amore;

Vivete, ridete e amate come i bambini;

Quattro pause intelligenti;

Tutto quello che dovremmo imparare dai bambini;

Educare all'autostima;

Disagio, DSA e Bisogni Educativi Speciali;

Educare i bambini alla generosità.


Buona lettura e buone vacanze a tutti.

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mercoledì 1 giugno 2016

Genitori 'centrati' sui figli

GENITORI 'CENTRATI' SUI FIGLI

I genitori invece di essere 'egocentrici', dovrebbero essere  'allocentrici': centrati sul figlio.
Parole densissime, che vanno interpretate bene. Essere centrati sul figlio non significa eleggerlo a capo famiglia. Sarebbe un errore gravissimo. Lo sottolinea con chiarezza la famosa psicanalista francese Françoise Dolto (1908-1988): “Niente è peggio per un bambino che avere la sensazione che suo padre e sua madre siano completamente dediti a lui”.

Sono esageratamente centrati sul figlio i genitori che, ad esempio, lasciano che sia lui a scegliere che cosa si mangia a cena; che sia lui a determinare quale tipo di auto comprare, che sia ancora lui a condizionare il luogo della vacanza. Essere attratti dal figlio, non significa neppure dedicargli tutti i nostri pensieri, tutto il nostro tempo. Anche questo sarebbe un grave sbaglio. Non c'è matrimonialista che non metta in guardia, soprattutto le neomamme, dal lasciarsi rubare tutta l'attenzione, tutta la concentrazione dal figlio, sottraendo, in tal modo, l'affetto e l'amore al marito. Perché il matrimonio sia piacevole e duri, i competenti ci dicono che è indispensabile che marito e moglie si ritaglino, ogni giorno, un congruo spazio di tempo per guardarsi, parlarsi, amarsi.

Essere attratti dal figlio non significa neppure soddisfare tutti i suoi capricci. Le pesanti conseguenze dell'attuale educazione troppo morbida sono così macroscopiche (ragazzi mollicci, friabili, con la grinta della mozzarella) da obbligarci a dire che i genitori troppo morbidi sono quelli che fanno le peggiori ingiustizie al figlio.

Che cosa significa essere 'centrati' sui figli? La risposta è breve: essere centrati sul figlio significa soddisfare i suoi reali bisogni cioè i suoi diritti (tali sono, infatti, i veri 'bisogni' del figlio, e non già 'capricci').

I veri bisogni dei figli
Tutti i bambini che approdano sul pianeta Terra hanno tre bisogni (tre diritti) assoluti: il bisogno di appartenenza, il bisogno di pace, il bisogno di vedere Uomini riusciti (bisogno di 'adultità').

• Bisogno di appartenenza
Proprio ora, mentre state leggendo questa riga, nascono al mondo da tre a quattro bambini.
Ebbene, se subito i neonati potessero parlare, direbbero: «Non siamo pietre: non ci basta esistere!» «Non siamo piante: non ci basta respirare!» «Non siamo animali: non ci basta mangiare!» «Siamo persone umane: abbiamo bisogno di essere nel cuore e negli occhi di qualcuno!».
Nessuno ama essere figlio di nessuno. Questo è il bisogno di appartenenza. I genitori che accettano pienamente il figlio anche se non risponde alle loro attese; i genitori che lo avvolgono di tenerezze e che lo nutrono soddisfano il primo bisogno del figlio. Sono saggiamente centrati su di lui.

• Bisogno di pace
Per il bambino ogni forma di dissidio, di tensione è insopportabile. La psicologa Jacqueline Renaud non ha dubbi: «Se tra i genitori vi è tensione, mancanza di dialogo, il bambino sovente lo sente prima dei protagonisti».
È la prova che il bisogno di pace in famiglia è un secondo bisogno assoluto. Un sapiente proverbio africano recita: «Quando due elefanti si combattono, chi ci rimette è l'erba del prato».
Non solo nel caso del piccolo, ma sempre, soprattutto nell'adolescenza, le tensioni familiari sono causa di sofferenza.

• Bisogno di adultità
Chi non vede adulti (cioè uomini “cresciuti”, come significa, appunto, la parola “adulto”) non può maturare. L'uomo, infatti, cresce solo all'ombra dell'uomo, non delle cose. Insomma, chi vede solo bonsai, non potrà mai diventare sequoia.
È una legge pedagogica indiscutibile.
Ecco perché il diritto a vedere i propri genitori cresciuti è il primo diritto del figlio. Se ciò non avviene, il bambino non potrà mai diventare 'grande', ma dovrà limitarsi a diventare 'grosso'.
In altre parole, il figlio che non vede 'adulti' è trattato (sia pure senza che ce ne rendiamo conto) da animale (al quale basta diventare 'grosso') e non da uomo. Questo è il peggior danno che i genitori possano fare al figlio.
Questi sono i tre diritti fondamentali del figlio che i genitori davvero centrati su di lui rispettano, per non rubargli la vita che gli hanno donato. 

I PROVERBI DEL PAPÀ
• Come canta l'abate, così risponde il frate.
• In casa non c'è pace, se la gallina canta e il gallo tace.
• Marito innamorato sa fare anche il bucato.
• Il leopardo non perde le chiazze del padre (Marocco).
• Famiglia a metà, se non c'è papà.
• Se il padre fa carnevale, ai figli tocca fare la quaresima.
• I passi del padre sono l'andatura del figlio.

Autore: Pino Pellegrino
Fonte: B.S. aprile 2016


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mercoledì 25 maggio 2016

Nell'educare, non dobbiamo avere paura dei sentimenti

NELL'EDUCARE, NON DOBBIAMO AVERE PAURA 
DEI SENTIMENTI

Una cosa è certissima: chi è freddo, insensibile, invernale, non può educare. Il cervello non basta, ci vuole cuore; la tecnica non è sufficiente, ci vuole pietà.
È vero che è la ragione che fa l'uomo, ma è il sentimento che lo guida. Lo psichiatra Eugenio Borgna racconta: “Una mia paziente rifiutava il cibo. Stava male. Riprese a mangiare quando trovò una rosa rossa accanto al piatto di riso”. È bastato un fiore per raddrizzare una situazione. È sempre così: l'attenzione e la tenerezza sono terapeutiche per natura loro.
Un medico esperto in etilismo lo conferma: “La maggioranza degli alcolizzati si sono abbandonati al vizio del bere per superare un turbamento infantile, per cancellare una ferita che si è aperta e non si è più rinchiusa. Si attaccano al collo della bottiglia perché non hanno potuto attaccarsi al collo della mamma!”.

Cinque proposte concrete
1. Coccoliamo!
Coccolare non è viziare. Coccolare è baciare l'anima. Lo sostengono tutti: cinque secondi di carezze comunicano più amore che cinque minuti di parole. D'altronde non può essere che così: le coccole sono il più ricco nutrimento affettivo che abbiamo a disposizione. Così ricco che la psicologa Kathleen Keating è arrivata a stilare questa legge: “Quattro abbracci al giorno per la sopravvivenza. Otto abbracci al giorno per sopravvivere. Dodici abbracci al giorno per crescere”.

2. Proteggiamo la sera
La sera è il momento più adatto per dare libero sfogo alle nostre emozioni. Di sera è più facile avere pensieri miti, pensieri di pace. C'è nell'aria voglia di calore, di affetto, di stringersi insieme, di commuoversi, appunto. La sera abolisce le distanze, fa dimenticare le impazienze e le sgridate della giornata.
Le parole che i genitori dicono ai figli, prima che scivolino nel sonno, aggiustano i cuori.

3. Facciamo carezze al cervello del figlio
Anche questa è una magnifica via per mostrargli la nostra tenerezza. Carezze al cervello sono le parole positive, incoraggianti, balsamiche. “Ci piaci come sei!”. “Siamo orgogliosi di te!”. “Abbiamo un figlio meraviglioso!”... Queste son parole di seta che riscaldano anche quando i termosifoni sono spenti.

4. Controlliamo il tono della voce
Il 'tono' - lo sappiamo tutti - non è il 'volume', non è il 'timbro'. Il 'volume' è legato alla capacità polmonare, il 'timbro' dipende dal corredo genetico proprio di ciascuno. Il 'tono' è il calore e il colore che immettiamo nelle parole che diciamo. Ebbene, il tono può comunicare mille sentimenti.
Lo sanno benissimo le mamme che, per questo, parlano al loro bambino, fin dai primissimi giorni, con voce dolce, affettuosa, tenera, lieve, calda, accogliente, rassicurante.

5. Coinvolgiamo i figli
I nostri ragazzi troppe volte sono aridi perché non conoscono la vita nei suoi vari momenti: sereni e nuvolosi, gioiosi e dolorosi. Ecco perché coinvolgere il figlio in tutte le situazioni dell'esistenza umana è una delle strategie più sicure per innalzare il livello emotivo in famiglia.

In concreto:
• Non vergogniamoci a farci vedere emozionati: ridiamo e rattristiamoci tranquillamente senza temere il giudizio degli altri.
• Perché non portare il figlio in ospedale a vedere la nonna che sta male?
• Perché non mostrarci anche piangere?
Chi piange dimostra di scendere dal piedistallo, dimostra d'avere un cuore ben fatto. Le lacrime sono le emozioni in bella vista.
Cinque semplici consigli che portano in casa quegli intensi sentimenti senza i quali non si vive da uomini, ma da orsi.

RIDERE E PIANGERE
“A ridere c'è il pericolo di apparire sciocchi. E con ciò? Dico spesso che la gente mi considera un po' matto. Ma io mi diverto un mondo, mentre le persone sane di mente muoiono di noia.
A piangere c'è il pericolo di apparire sentimentali.
Io non ho paura di piangere: piango sempre. Piango per la gioia, piango per la disperazione. Piango quando vedo gli altri felici. Piango quando vedo due che si amano. Non mi importa se appaio sentimentale. Mi pulisce gli occhi!
A mostrare i vostri sentimenti c'è il pericolo di mostrare la vostra umanità. Bene, sono lietissimo di rivelare la mia umanità! Ci sono cose ben peggiori della mia umanità!”
(Leo Buscaglia, scrittore e pedagogista italo americano)

Autore: Pino Pellegrino
Fonte: Bollettino Salesiano marzo 2016
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dalla parte dei bambini, SEMPRE


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